L’arteriosclerosi ed i carboidrati insulinici 

Un altro aspetto importante riguarda la produzione delle lipoproteine Vldl (seguito dell’assunzione dei carboidrati), che sono generate dal fegato, al fine di stipare il grasso negli adipociti. Queste Ldl restano più tempo a contatto con il glucosio e si ossidano di più delle loro colleghe, create dai villi intestinali (chilomicroni) e quindi si attaccano più facilmente alle pareti.

L’arteriosclerosi indica una serie di malattie degenerative del nostro sistema circolatorio, che coinvolge molti tessuti ed organi (tra cui il cuore).
Per non incorrere in tali patologie bisogna mantenere in buono stato le pareti delle arterie e delle vene. La medicina ufficiale sembra dare per scontato che ad una certa età, sia normale un peggioramento dell’epitelio dei vasi, come se volessero paragonare le arterie a dei tubi metallici, che inevitabilmente nel tempo si usurano. Al contrario, i nostri tessuti sono vivi ed hanno una capacità di rigenerazione molto efficace, permettendoci anche in tarda età, di avere un sistema circolatorio molto efficiente.
In effetti visto che il nostro corpo può arrivare all’età di 120 anni, non si comprende perché molti soggetti già a 40 o 50 anni accusino seri problemi di degenerazione del sistema cardio circolatorio. Nel regno animale non esiste questa patologia, neanche nelle tartarughe che vivono 150 anni. Allora ci dovremmo domandare per quale motivo gli uomini soffrono di tale patologia. Ancora una volta la responsabilità ricade sul consumo di carboidrati complessi e semplici.
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Innanzitutto quando mangiamo carboidrati, alziamo il livello di glucosio nel sangue fino al picco di 1,4 grammi per litro e ciò significa, fino all’80% in più del livello fisiologico di 0,8 grammi per litro. Ricordiamo che il nostro corpo ha una capacità riparativa che può essere ridotta sia dall’entità del danno da riparare che dalla disponibilità dei micronutrienti necessari.
Il glucosio presente nel sangue a contatto con le pareti delle arterie, crea delle ossidazioni che generano gli Ages e di conseguenza i radicali liberi. La presenza di tali atomi instabili inibisce la produzione di NO (ossido di azoto) da parte delle cellule endoteliale, impedendo l’effetto vasodilatatore delle vene. Difatti ricorderete che l’elasticità delle arterie dipende dal delicato equilibrio tra gli effetti dilatativi del NO (ossido di azoto) e gli effetti vasocostrittivi dell’endotelina-1.
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L’inibizione promossa dai radicali liberi contro il NO lascia la parete dei vasi nella sola fase della vasocostrizione (perché l’effetto della endotelina-1 non viene contrastato). Inoltre il nostro corpo pur avendo la capacità di rigenerare le pareti dei vasi, l’eccessiva presenza di Ages impedisce la ricostruzione della matrice extracellulare. Un altro aspetto da non sottovalutare è l’azione infiammatoria dei carboidrati dovuta sia all’effetto dell’osmosi sulle cellule epiteliali. Inoltre la morte delle cellule, causa un aumento delle cellule senescenti (dovute all’eccessiva apoptosi cellulare), ed aumenterà l’inefficienza del tessuto stesso. È come avere venti anni e le vene di un novantenne.
Il glucosio inoltre genera anche un’altra patologia, l’aterosclerosi, riconoscibile dalla classica formazione di ateromi. Ciò è dovuto all’ossidazione delle Ldl che iniziano ad attaccarsi alle pareti delle arterie. Tali cambiamenti sono causati da due fattori: dal peggioramento della parete vasale (che incomincia a spaccarsi) e dalla quantità di Ldl a contatto con il glucosio nel sangue e la loro conseguente ossidazione.
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Maggiore è la quantità di glucosio nel sangue (dovuto all’assunzione di carboidrati) e più veloce sarà l’ossidazione delle Ldl e la loro capacità adesiva. Non a caso i malati di diabete hanno come conseguenza diretta le malattie arteriosclerotiche, che rappresentano il primo motivo di morte ed invalidità del diabetico. Se ci pensate bene, l’alimentazione a base di carboidrati insulinici, induce una curva glicemica, che moltiplicata per 4-5 pasti o spuntini al giorno, ci pone in fase diabetica per circa 12 ore al giorno.
Un altro aspetto importante riguarda la produzione delle lipoproteine Vldl (seguito dell’assunzione dei carboidrati), che sono generate dal fegato, al fine di stipare il grasso negli adipociti. Queste Ldl restano più tempo a contatto con il glucosio e si ossidano di più delle loro colleghe, create dai villi intestinali (chilomicroni) e quindi si attaccano più facilmente alle pareti.
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Al contrario un’alimentazione paleolitica, senza carboidrati insulinici, permette il mantenimento del livello del glucosio a 0,8 grammi per litro. Inoltre l’assunzione costante di proteine, assicura gli aminoacidi giusti (compresa l’arginina), utili nella ricostruzione dell’endotelio dei vasi.
Concludiamo dicendo che il nostro metabolismo è in grado di riparare il sistema circolatorio fino agli ultimi giorni di vita, solo però se il livello del glucosio non supera gli 0,8 grammi per litro, e fornendolo continuamente di tutti i micronutrienti necessari a tale scopo (tra cui gli aminoacidi).
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L'insulina ed il cervello

L’insulina inibisce l’accesso ai neuroni degli aminoacidi necessari a produrre la dopamina e la noradrenalina, questo perché utilizza gli stessi carrier disponibili (molecole che trasportano gli aminoacidi), solo ed esclusivamente per trasportare all’interno della cellula nervosa, il triptofano (precursore della serotonina). Per tale motivo i neuroni potranno solo produrre la serotonina e lo faranno in maniera eccessiva

Il cervello è tecnicamente l’unico organo che non si rigenera, in quanto le cellule cerebrali che lo compongono (i neuroni) non si replicano, rimanendo le stesse da quando raggiungiamo la vita adulta fino alla nostra morte. Dovremmo dare la massima attenzione nel mantenere in ottimo stato i neuroni, evitando che siano coinvolti in un processo degenerativo (Alzheimer) o che inizino ad alterare la loro produzione di neurotrasmettitori (serotonina, dopamina e noradrenalina), fondamentali per governare il nostro corpo.
Per esempio il Parkinson è dovuto all’incapacità dei neuroni di produrre dopamina. Il buono stato del nostro cervello ci preserva da malattie come la depressione (che porta alla schizofrenia ed altre malattie mentali) e ci assicura un’esistenza felice, che vale la pena di essere vissuta. La classe medica ci raccomanda di avere cura del nostro cervello e con l’avanzare dell’età, di mantenerlo attivo con esercizi mentali specifici. I medici affermano che lo zucchero è fondamentale per il funzionamento dei neuroni; quindi un’alimentazione a base di carboidrati, a sentire loro, è importante proprio per tale motivo.
Ricordate un famoso spot degli anni ‘80 nel quale, una nota casa produttrice di zucchero, magnificava l’importanza dello stesso per il nostro cervello?
Siete davvero convinti che sia così?
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Indubbiamente è vero che i neuroni hanno bisogno di glucosio, ma non di assumerlo come facciamo oggi. Sarebbe come paragonare una doccia calda fatta nel vostro bagno, con qualcuno che vi bagna con un idrante dei vigili del fuoco. Tanto si tratta sempre di acqua! Il cervello ha a disposizione i carrier glut 1, che gli permettono di rifocillarsi di zucchero per le sue attività basali.
Quando invece ha bisogno di più energia, attiva il cortisolo che alza il glucosio nel sangue e tramite i carrier glut 3, aumenta il rifornimento di energia. Quindi non ha bisogno dell’insulina (non avendo glut sensibili a tale ormone), ma al contrario, sotto l’effetto di questo ormone, dovrà subire un “up and down” dovuto prima al picco e poi al calo glicemico. Significa che i glut 3 aumentano il trasporto di glucosio nel cervello, non perchè ne abbia fatto richiesta (tramite il cortisolo) ma semplicemente perchè abbiamo fatto un pasto iperglicemico. Inoltre l’insulina, che lo ricordiamo è un ormone, interagisce con i neurotrasmettitori dei neuroni.
L’insulina inibisce l’accesso ai neuroni degli aminoacidi necessari a produrre la dopamina e la noradrenalina, questo perché utilizza gli stessi carrier disponibili (molecole che trasportano gli aminoacidi), solo ed esclusivamente per trasportare all’interno della cellula nervosa, il triptofano (precursore della serotonina). Per tale motivo i neuroni potranno solo produrre la serotonina e lo faranno in maniera eccessiva. Ciò causa un grande squilibrio che però ci farà percepire un picco di euforia e benessere.
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Purtroppo non è solo questo il problema, perché quando dopo due ore interviene (per il calo glicemico) il cortisolo, questi esclude il triptofano, accelerando il trasporto dei precursori della dopamina e della noradrenalina. Abbiamo già detto, che i due neurotrasmettitori generano altre sensazioni, tra cui insoddisfazione e frustrazione. Il nostro cervello ed i nostri pensieri con lui, subiscono un “up and down”, che modifica involontariamente sia le nostre sensazioni che il normale equilibrio delle cellule neuronali.
Al contrario, un’alimentazione a base di carne, pesce, frutta e verdura (com’era la nostra dieta ancestrale), fornisce le giuste quantità di aminoacidi per produrre i neurotrasmettitori e nello stesso tempo, lascia al nostro cervello la scelta di utilizzarli nel modo e nei tempi necessari (in un perfetto equilibrio). In effetti dovrebbero essere i nostri pensieri a generare il nostro stato d’animo (attivando i giusti neurotrasmettitori) e non il contrario. Difatti se i neuroni sono obbligati ad utilizzare un determinato neurotrasmettitore, anche il nostro stato d’animo cambierà in base a questo, senza la nostra volontà.
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Tale meccanismo è anche alla base della nostra dipendenza dai carboidrati. Difatti il nostro cervello è sempre alla ricerca di benessere, quindi dopo aver provato la sensazione di benessere della serotonina (una vera dose da cavallo), ci spinge alla ricerca di cibi zuccherati o di carboidrati, per ritornare a quella sensazione di serenità.
Il fenomeno è ancora più forte (compresa la voglia che ne deriva), quando siamo nella fase del calo glicemico o quando siamo stressati (perché il cortisolo ha escluso il triptofano dai neuroni). Non a caso quando siamo depressi o delusi da qualcosa, affoghiamo i nostri dispiaceri nella cioccolata o nel gelato. Anche da questo deriva il nostro desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri, perché il nostro cervello avverte la mancanza di quei picchi di serotonina.
Vi ricorda qualcosa questa dipendenza?
Sicuramente lo stesso effetto che ci provoca l’assunzione di droghe, che infatti utilizzano gli stessi neurotrasmettitori. Tornare ad un’alimentazione equilibrata, permetterà al nostro cervello di disintossicarsi dagli eccessi di serotonina, senza più avvertire la necessità d’ingerire zuccheri e carboidrati, stabilizzando l’umore, diminuendo gli scatti d’ira, l’irrequietezza e l’insoddisfazione. Anche l’attività fisica e la giusta integrazione facilita il ritorno alla normalità.
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L’ormone della crescita (GH)

Il Gh ha un effetto lipolitico, ovvero aumenta il consumo dei grassi a fini energetici, diminuendo l’utilizzazione del glucosio da parte del corpo (lasciando i glucidi a cervello e
muscoli). Aumenta la secrezione di glucagone e migliora l’ossidazione degli acidi grassi (trasformati in acetil-Coa) per il loro utilizzo nel Ciclo di Krebs. Tale ormone ha un effetto calorifero, in quanto aumenta la temperatura corporea, incrementando il consumo di calorie.

Asse Intestino – Cervello
Il Gh (Growth Hormone) chiamato anche “ormone della crescita”, è una proteina prodotta dalle cellule somatotrope dell’ipofisi anteriore (presente nel cervello).
Approfondimento tecnico.
Il Gh è formato da una sequenza di 191 aminoacidi. La produzione del Gh è stimolata da una sostanza prodotta dall’ipotalamo chiamata Ghrf (Growth Hormone Releasing Factor), che agisce direttamente sull’ipofisi.
La concentrazione di Gh media nel sangue è molto bassa, circa 10 milionesimi di grammo per litro e la sua emivita (durata della vita) va dai 20 ai 30 minuti. Tale ormone è fondamentale sia per la crescita dei tessuti quali: muscoli, cartilagini, tendini ed ossa, che per il normale mantenimento della matrice extracellulare. Nei bambini la sua carenza causa problemi di sviluppo e nanismo, mentre per gli adulti può essere una delle cause principali dell’invecchiamento precoce.
Le sue funzioni sono le seguenti.
Il Gh ha un effetto lipolitico, ovvero aumenta il consumo dei grassi a fini energetici, diminuendo l’utilizzazione del glucosio da parte del corpo (lasciando i glucidi a cervello e
muscoli). Aumenta la secrezione di glucagone e migliora l’ossidazione degli acidi grassi (trasformati in acetil-Coa) per il loro utilizzo nel Ciclo di Krebs. Tale ormone ha un effetto calorifero, in quanto aumenta la temperatura corporea, incrementando il consumo di calorie.
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Il Gh esercita un’azione anticatabolica inibendo quei processi che tendono ad utilizzare proteine corporee a fini energetici. Tale fenomeno si riscontra dopo aver praticato esercizi fisici o durante un digiuno prolungato, a seguito della restrizione calorica. Il Gh ha un effetto diretto sulla stimolazione di alcuni mediatori (il più attivo è l’Igf-1), prodotti a livello periferico dal fegato. Tali molecole in combinazione con il Gh, attivano la produzione di proteine all’interno delle cellule, aumentando in tal modo la crescita dei muscoli, della cartilagine e delle ossa (rigenerando anche i tessuti demoliti con il catabolismo).
PROMOTORI DEL GH
Il nostro corpo ha bisogno di proteine per produrre il Gh (compresi i suoi mediatori), per cui un’alimentazione povera di tali macronutrienti, diminuisce la sua presenza nel sangue. Gli aminoacidi principali per la produzione del Gh sono l’arginina, l’ornitina, l’Okg e la glutammina, che possono essere assunti, tra l’altro, sotto forma d’integratori.
Anche l’attività fisica aumenta la secrezione di tale ormone, dove il picco di produzione del Gh si osserva tra il 25° e il 60° minuto d’allenamento (in caso di podismo o ciclismo), mentre negli allenamenti di forza (esercizio acuto), si ottiene tra il 5° ed il 15° minuto del periodo di recupero.
La produzione del Gh è stimolata dalla presenza di lattato, dovuto al processo di glicolisi (in fase anaerobica). Si osserva un altro picco di Gh nelle ore notturne, infatti quando il nostro corpo è nella fase rem del sonno (quando sogniamo) è impegnato nella ricostruzione dei tessuti (in parte catabolizzati nelle ore diurne).
Un ormone che inibisce la produzione di Gh è il cortisolo
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LA DIMINUZIONE DEL GH
Essenzialmente sono quattro i motivi che provocano una diminuzione del Gh: l’inattività fisica, l’alimentazione non corretta, l’insonnia e l’età. Come abbiamo già visto, il mantenimento della nostra “massa magra” (compreso lo scheletro) dipende dall’equilibrio di proteine catabolizzate durante il giorno e quelle reintegrate con i processi di ricostruzione (soprattutto notturni) con il Gh, fondamentale a tale scopo. Purtroppo molti fattori concorrono nel limitare la giusta presenza nel sangue di tale ormone.
L’inattività fisica è la prima causa di assenza del picco giornaliero, attivato al contrario solo da un costante movimento corporeo. L’alimentazione moderna sbilanciata sui carboidrati a spese delle proteine (animali), inibisce la produzione di tale ormone per l’assenza di aminoacidi essenziali (che il corpo non può ricavare con il processo di catabolisi) e quindi il corpo non ha la possibilità di produrre il Gh.
Inoltre l’insonnia, dovuta essenzialmente ai picchi di cortisolo, inibisce la secrezione dell’ormone della crescita nel momento più importante del suo utilizzo per il nostro corpo, il recupero notturno. A questo quadro abbastanza disastroso, va aggiunto il fattore dell’età. Difatti il nostro corpo diminuisce naturalmente la produzione di Gh in maniera considerevole dopo i 30 anni (in età puberale è al massimo).
Si calcola un calo del 14% ogni dieci anni, fino a raggiungere un calo dei 2/3 nelle persone di 70 anni. Questa diminuzione fisiologica si può contrastare con delle integrazioni alimentari e praticando una regolare attività fisica.
LA DIMINUZIONE DELL’IGF-1
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La giusta quantità di Igf-1 è essenziale per il nostro metabolismo, in quanto la sua penuria causa un accelerazione dei sintomi della vecchiaia e delle malattie correlate. Le cause principali della mancanza di tale ormone sono riscontrabili nella produzione eccessiva di cortisolo, il quale inibisce la produzione del Gh, che a sua volta non riesce più a stimolare il fegato alla produzione dell’Igf-1. È essenziale riuscire a dormire profondamente durante la notte (quando si registra il picco di Igf-1). Un altro ormone antagonista è l’insulina capace di eliminare l’Igf-1 dal sangue, semplicemente utilizzando gli stessi ricettori delle cellule.
Infatti la presenza dell’ormone Igf-1 impedirebbe alle cellule di subire l’azione dell’insulina e quindi tale ormone distrugge le proteine di trasporto dell’Igf-1, facendolo degradare velocemente.
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Calcolare il carico glicemico

Ad esempio se il grafico delle “le patate bollite” ha generato un’area più piccola del 30% (a confronto del glucosio) significa che questo alimento ha un indice glicemico pari a 70. Ovvero del 70% dell’indice glicemico del glucosio.

Già da molti anni la medicina si é preoccupata di trovare degli strumenti con i quali identificare gli alimenti in grado di stimolare il pancreas a secernere l’insulina. Difatti più velocemente il glucosio è assimilato dai villi intestinali, maggiore sarà il glucosio che si riverserà nel flusso sanguigno, creando il così detto “picco glicemico”.
A tal punto si avrà necessità di produrre più insulina per eliminare il glucosio presente in eccesso nel sangue. Uno scienziato dell’Università di Stanford, il Dottor Crapo, nel 1870, riuscì a dimostrare che diversi alimenti con una quantità identica di carboidrati, avevano picchi glicemici differenti.
Il Dottor Jenkins nel 1981, sulla base del lavoro svolto dal Dottor Crapo, mise a punto la tabella dell’Indice Glicemico per tutti gli alimenti. Egli prese come unità di misura la reazione del corpo dopo l’assunzione di 50 grammi di glucosio puro (ingerito dopo qualche ora di digiuno).
Ha realizzato un grafico che esprimeva all’interno di un triangolo, la quantità di glucosio eccedente il livello basale. Successivamente ha sviluppato gli altri grafici (uno per ogni alimento analizzato) riuscendo a paragonare le area sviluppate nei grafici con quella del glucosio.
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Ad esempio se il grafico delle “le patate bollite” ha generato un’area più piccola del 30% (a confronto del glucosio) significa che questo alimento ha un indice glicemico pari a 70. Ovvero del 70% dell’indice glicemico del glucosio. Osservando il grafico, troverete sulle ascisse (in verticale) la quantità di glucosio nel sangue per litro e sulle ordinate (in orizzontale) il tempo che trascorre da quando abbiamo ingerito l’alimento.
La superficie dell’area campita, calcolata tra la linea degli 0,8 grammi e la linea del grafico del glucosio, è considerata come la quantità di glucosio in eccesso.
Facciamo l’esempio della mela, che ha un indice glicemico pari a 54. Significa che dopo aver mangiato questo frutto, considerando una quantità pari a 50 grammi di carboidrati (fruttosio e glucosio), il sangue registra una quantità di glucosio (oltre il dato basale) che l’insulina ha dovuto smaltire, pari al 54% di quella che avrebbe causato (a confronto) l’assunzione di semplice glucosio.
Gli alimenti in base al loro Indice Glicemico sono stati suddivisi in 3 classi differenti: quelli a basso Indice Glicemico (da 0 a 39); quelli a medio Indice Glicemico (da 41 a 70) e quelli ad alto Indice Glicemico (da 71 a 123).
Come possiamo osservare gli alimenti che rientrano nel basso Indice Glicemico sono principalmente le verdure e la frutta (tranne qualche eccezione).
Ciò perché in tali alimenti i carboidrati maggiormente diffusi si presentano sotto forma di fruttosio, il quale non è scomposto nell’intestino, ma deve subire un processo all’interno del fegato. Solo il saccarosio presente nella frutta e nella verdura (una piccola parte) incide nell’aumento dell’Indice Glicemico.
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Un altro particolare che rende a basso indice tali alimenti è la presenza di fibre solubili, che rallentano la digestione e di conseguenza il tempo di assimilazione del glucosio.
Avrete anche notato che gli alimenti a maggiore Indice Glicemico sono i farinacei (pasta, pane, biscotti), le patate ed il riso (e suoi derivati). Non troveremo nella lista alimenti come il pesce o la carne, che non possedendo praticamente carboidrati all’interno (zuccheri), la loro assunzione non causa nessun picco glicemico, anzi può sviluppare un’efficace contenimento dell’Indice Glicemico anche sugli altri alimenti.
Va inoltre considerato che ogni singolo alimento può avere un scostamento dell’Indice Glicemico, dovuto ad una serie di elementi importanti. Innanzitutto il tempo di cottura o il metodo (esempio frittura o a vapore), che possono demolire i legami delle catene dei carboidrati, diminuendone i tempi di assimilazione e di conseguenza aumenta l’Indice Glicemico (gli spaghetti al dente, ad esempio, hanno un I. G. pari a 45, mentre negli spaghetti cotti di più, l’indice sale a 55). Questo avviene anche con la maturazione della frutta, che aumenta l’assimilazione del saccarosio presente.
I medici si sono però accorti che questo metodo, pur dando delle indicazioni importanti, registrava dati poco veritieri nei confronti di alcuni alimenti. Ad esempio prendiamo il caso della zucca, visto che il suo Indice Glicemico è pari a 75, (molto vicino al glucosio) questo ci farebbe pensare che sarebbe meglio non mangiarla. Ma se consideriamo che tale alimento ha solo il 3,4% di carboidrati, dovremmo mangiarne 3,9 chili per avere un livello glicemico reale rapportato al 75% del glucosio
Per tale motivo qualche anno fa è stato ideato un altro indice, più attendibile, chiamato “Carico Glicemico”.
IL CARICO GLICEMICO
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Gli alimenti sono stati suddivisi in base al loro Carico Glicemico in 4 livelli ben definiti. Alimenti a basso Carico Glicemico (da 0 a 10), a medio Carico Glicemico (da 11 a 19), ad alto Carico Glicemico (da 20 a 30) e ad altissimo carico glicemico oltre i 30.
La formula per calcolare il Carico Glicemico è molto semplice:
Indice Glicemico moltiplicato per la quantità di carboidrati (su 100 grammi di prodotto), diviso 100. Ovvero IG x peso in grammi (dei carboidrati) / 100
Facciamo l’esempio del Carico Glicemico di 100 grammi di glucosio (il nostro riferimento).
100 (l’Indice Glicemico) x 100 (grammi ) = 10.000 diviso 100 = 100 è il Carico Glicemico.
Confrontiamolo con il Carico Glicemico di 100 grammi di zucca. 75 (indice glicemico) x 3,5 (grammi dei carboidrati su 100 grammi di prodotto ) / 100.
262,5 diviso 100 = 2,62 è il Carico Glicemico contro l’Indice Glicemico pari a 75.
A differenza dell’Indice Glicemico, oggi è abbastanza chiaro che 100 grammi di zucca (anche se con Indice Glicemico alto), vista la bassa quantità di carboidrati presenti in proporzione (3,5 grammi), in realtà comporta una indice del 2,62 in riferimento al glucosio (valore 100).
Quindi se la zucca, seguendo la logica dell’Indice Glicemico sarebbe un alimento da evitare, per il calcolo del Carico Glicemico (più veritiero) questo alimento risulta ottimo per la nostra salute.
Tale indice ci permette di conoscere in maniera esatta la differenza tra i vari alimenti ingeriti, iniziando a fare delle scelte consapevoli per la nostra salute.
Infatti dovremmo alimentarci solo con cibi appartenenti alla prima fascia.
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Credo abbiate notato che le verdure e la frutta sono sostanzialmente posizionate nella fascia bassa del Carico Glicemico, mentre i farinacei sono tutti posizionati nella fascia alta (che non dovrebbe essere mai raggiunta). Ad esempio i biscotti da colazione hanno un indice di 50 (cinque volte la quantità del Carico Glicemico consigliato). La pasta ha un Carico Glicemico pari a 40, ben quatto volte gli alimenti di fascia bassa.
Va considerato inoltre, che questo valore è riferito a 100 grammi di prodotto, quando nella realtà molti italiani non si accontentano di consumare porzioni simili, spesso superando i 150 grammi e magari ingerendo durante lo stesso pasto, del pane. In questo particolare caso, il carico complessivo glicemico, può raggiungere il valore di 80 (otto volte la fascia consigliata).
I DIVERSI UTILIZZI DEGLI AMINOACIDI
Come abbiamo già detto gli aminoacidi sono essenziali per il nostro corpo e possono prendere due distinte vie metaboliche, in base alle nostre necessità o alla qualità delle proteine da cui provengono: la via plastica (di costruzione del nostro corpo) e la via energetica (trasformandosi in glucosio).
LA VIA PLASTICA DEGLI AMINOACIDI
La medicina è concorde nel ritenere che il nostro corpo necessita per fini plastici, di almeno 1 grammo di proteine per chilo corporeo, ogni giorno (per persone decisamente sedentarie); quantità che va aumentata fino a 2 grammi, per le persone che svolgono attività sportiva o agonistica. Il nostro corpo utilizza gli aminoacidi per moltissime funzioni.
Approfondimento tecnico.
Risultati immagini per carico glicemico alimentiTra le funzioni più importanti degli aminoacidi ricordiamo, la produzione degli enzimi (principalmente a base proteica), degli ormoni (catecolamina, ormoni tiroidei, serotonina, istamina, insulina, Trh), dei neurotrasmettitori, della matrice extracellulare (tra cui il collagene) e delle cellule stesse (compreso il Dna).
Dobbiamo considerare che il nostro corpo è composto principalmente da proteine, pochi grassi (la quota necessaria è di circa 4 chilogrammi) e pochissimo glucosio (circa 450 grammi). Gli aminoacidi sono basilari per il nostro organismo. Questi mattoni della vita sono utilizzati dagli organi per secernere ormoni ed enzimi, oltre ad essere sfruttati da ogni singola cellula che li utilizza, (tra le varie funzioni) per ricostruire la matrice extracellulare.
Gli aminoacidi viaggiano liberamente nel sangue per essere prelevati dalle cellule che ne abbisognano, mentre quelli in eccesso sono catturati dal fegato per essere trasformati in glucosio. Al contrario, se la nostra alimentazione è povera di proteine, ovvero è inferiore ai 0,85 grammi per chilo corporeo, le nostre cellule sono costrette a prelevare gli aminoacidi direttamente dai muscoli o dalla matrice extracellulare (effetto catabolico).
Esiste un altro problema legato ad un’alimentazione povera di proteine, l’assenza e la penuria degli otto aminoacidi essenziali (che si possono solo assumere dalla dieta). Ciò causa un duplice effetto negativo. In primis, la carenza provoca l’impossibilità per il nostro corpo di produrre la matrice extracellulare, gli ormoni e gli enzimi, causando uno squilibrio delle funzioni del nostro corpo. Secondo, gli aminoacidi non utilizzabili (per penuria di quelli essenziali), sono dirottati dal nostro metabolismo nella via energetica (contribuendo all’aumento di peso).
LA VIA ENERGETICA DEGLI AMINOACIDI
La via meno nobile per gli aminoacidi è sicuramente quella energetica, che però rappresenta il normale calmiere, tra le proteine ingerite e quelle necessarie o utilizzabili ai fini plastici. Difatti il nostro organismo pur avendo una riserva, praticamente inesauribile di aminoacidi non essenziali (che preleva dai muscoli e dalla matrice), non dispone di scorte di aminoacidi essenziali (quelli che non riusciamo a fabbricare da soli).
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Ciò significa che la disponibilità degli stessi (per le 24 ore della giornata) è fondamentale affinché il corpo possa utilizzare gli aminoacidi per il loro scopo plastico. Al contrario la carenza degli aminoacidi essenziali, obbliga il nostro corpo ad utilizzare gli aminoacidi come carburante. Quando nel nostro sangue si accumulano gli aminoacidi (perché non utilizzati dalle cellule), il fegato incomincia a catturarli, iniziando il processo di trasformazione in glucosio (neoglucogenesi).
Approfondimento tecnico.
I procedimenti chimici necessari alla trasformazione degli aminoacidi in glucosio sono: la desaminazione, la transaminazione e la decarbossilazione. Senza entrare nello specifico, in base alla tipologia degli aminoacidi, tali processi chimici servono per separare lo scheletro carbonioso dai gruppi amminici, che possono essere utilizzati per costruire altri aminoacidi o essere trasformati (tramite il fegato) in ammoniaca.
L’ammoniaca è un prodotto tossico per il nostro corpo, per cui è trasformata, attraverso un altro procedimento chimico, in urea. L’urea è rilasciata nel sangue, che sarà filtrato dai reni e verrà smaltita infine, tramite l’urina. Lo scheletro carbonioso (in base al tipo di aminoacido) potrà essere utilizzato nel Ciclo di Crebs o nella glicolisi cellulare (rif pag. 104), a fini energetici.
DOVE TROVIAMO I DIFFERENTI AMINOACIDIImmagine correlata
Vediamo allora gli alimenti che contengono questi aminoacidi essenziali.
La lisina si trova nel merluzzo, nelle sardine, nel maiale, nel pollo, nel bovino, nel formaggio e come fonte vegetale nella soia e nei legumi.
Il triptofano si trova nelle carni, nel pesce, nelle uova, nel latte e come fonte vegetale nel cioccolato, nei legumi, nelle banane, nelle arachidi, nei datteri, nell’avena.
La treonina è presente nella carne di agnello, coniglio, maiale, e bovina, nelle sardine, nel formaggio, nelle uova e come fonte vegetale nei legumi, nei funghi, nelle nocciole e nelle arachidi.
La metionina è riscontrabile nel pesce, nei latticini e come fonte vegetale nei cereali integrali.
La fenilalanina si trova nel formaggio, nelle uova, nel coniglio e come fonte vegetale nei legumi, nel frumento, nelle arachidi e nell’avocado.
La leucina è presente nel pesce, nel pollo, nella ricotta e come fonte vegetale nei cereali e nella frutta secca come nocciole e arachidi.
La isoleucina è rintracciabile nelle sardine, nella carne di bovino, di agnello e di pollo, nei formaggi, nelle uova e come fonte vegetale nelle lenticchie, nella soia, nelle mandorle e nelle arachidi.
La valina la troviamo nella carne d’agnello e di maiale, nei pesci come il salmone, nei formaggi e come fonte vegetale nei legumi come fave, piselli e lenticchie, nella frutta secca (arachidi noci e nocciole).
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Le Uova 

Il tuorlo fornirà al bambino gli amminoacidi e acidi grassi essenziali, molte vitamine: B1, B2, B6, B12, A, D, biotina, molto zinco e magnesio, tutti elementi di cui il bambino autistico ha un grande bisogno.

Le uova sono il cibo più nutriente e digeribile di questo pianeta. Il tuorlo è stato paragonato al latte materno perché entrambi vengono assimilati al 100% senza nessuna digestione.
Il tuorlo fornirà al bambino gli amminoacidi e acidi grassi essenziali, molte vitamine: B1, B2, B6, B12, A, D, biotina, molto zinco e magnesio, tutti elementi di cui il bambino autistico ha un grande bisogno.
La particolare ricchezza in vitamina B12 rende le uova il cibo ideale per questi bambini che necessitano di eccezionale aiuto nel o sviluppo neurologico e immunitario. La maggioranza dei bambini autistici presentano deficienze notevoli in vitamina B12 e di conseguenza sono anche anemici.
Il tuorlo delle uova è anche molto ricco in Colina, un amminoacido essenziale per il sistema nervoso e per le funzionalità epatiche. La colina è il pilastro di un neurotrasmettitore chiamato Acetilcolina usato dal cervello per tutte le attività cognitive, di apprendimento e di memoria, tra le altre cose. Colina è infatti un supplemento dato a chi ha perdite di memoria, danni neurologici e difficoltà di apprendimento. La colina è anche un potente protettore epatico.
Raccomando quindi di far mangiare al bambino tuorli d’uovo, di gran lunga meglio se crudi.
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Sulle uova c’è tuttavia una reputazione negativa perché sono state accusate di far aumentare il colesterolo. Le ricerche mediche hanno smentito invece la relazione uova-colesterolo-cardiopatie-arteriosclerosi. Dovete sapere che l’85% del colesterolo presente nel sangue non proviene dal cibo, ma viene prodotto dal fegato come risultato del ’eccesso di carboidrati e zuccheri industriali pasta, pizza, pasta, cereali, farinacei. Sono quindi questi i cibi da diminuire per proteggere il cuore non le uova e comunque riguarda soggetti adulti.
Anche in questo caso vi consiglio di comprare uova da fonti assolutamente fidate . Le uova da galline allevate a terra sono le migliori perché l’animale vive al sole e al ’aria aperta, ha ricevuto un’alimentazione sana e soprattutto priva di antibiotici o coloranti per rendere sia il guscio che il tuorlo di un colore rassicurante per la comune massaia.
Ma non basta, c’è anche un altro inestimabile vantaggio:
l’uovo di gallina da allevamento biologico è meno probabile sia infettato da Salmonella. Le galline allevate a terra hanno di gran lunga minori possibilità di infettarsi da salmonella perché il loro sistema immunitario è molto più solido e sviluppato di quel e allevate in gabbie, in numeri impressionanti e in ambienti ristretti.
Uova e grassi
Motivi questi per la diffusione di ogni genere di malattia per gli animali [e motivo per cui vengono somministrati antibiotici]. Se, tuttavia non vi sentite sicuri, potete cuocere le uova, il virus della salmonella viene distrutto dalla cottura. Il bianco dell’uovo è ricco di antigeni e proteine complesse, è meglio quindi cuocerlo se volete farlo mangiare al bambino, ma ripeto il premio della nutrizione va al tuorlo.
Se non ci sono particolari allergie, le uova dovrebbero essere un alimento sempre presente nella dieta di un bambino autistico con problemi intestinali, o di aiuto al Microbioma Intestinale.
(Natasha Campbel McBride)

Disbiosi e funzioni cerebrali

che un basso livello di dopamina sia responsabile del Parkinson, quindi una eccessiva decarbossilazione della tirosina ne riduce la sua captazione e quindi la sintesi cerebrale di dopamina.

Come la disbiosi modifica le funzioni cerebrali. Molti neurotrasmettitori sono ammino acidi, come:

• GABA,

• glicina,

• glutammato

• aspartato,

altri sono sintetizzati da ammino acidi, come :

• L’acetilcolina dalla colina

• La dopamina, la noradrenalina e l’adrenalina dalla tirosina

• L’istamina dall’istidina

• La serotonina dal triptofano

La maggior parte degli ammino acidi li sintetizziamo a partire dai grassi, ma alcuni di essi,
detti essenziali, cioè non sintetizzabili, li ricaviamo solo dalla demolizione enzimatica delle
proteine della dieta:

• valina

• metionina

• isoleucina

• leucina

• fenilalanina

• lisina

• istidina

• treonina

• triptofano

Inoltre la tirosina viene considerata essenziale in quanto sintetizzata dalla fenilalanina,

l’istidina è essenziale nei bambini. La flora disbiotica produce una eccessiva decarbossilazione degli ammino acidi derivanti dalla demolizione delle proteine della dieta:

• arginina in agmantina

• cistina e cisteina in mercaptano

• istidina in istamina

• lisina in cadaverina

• ornitina in putrescina

• tirosina in tiramina

• triptofano in indolo e scatolo

Per le loro dimensioni e per avere una pKa neutra, quasi tutti gli ammino acidi essenziali
fanno parte di un gruppo di ammino acidi detto Large Neutral Amino Acids (LNAAs: tyr, val, met, ile, leu, phe, trp), questi competono per lo stesso trasportatore alla barriera emato encefalica (BBB: blood brain barrier).

Pertanto la velocità di captazione dipenderà dal rapporto delle concentrazioni plasmatiche
dell’ammino acido considerato e la somma di tutti i competitori (LNAAs).
Risulta, quindi, evidente come una modificazione dell’assorbimento intestinale dei LNAAs possa produrre una cambiamento nei rapporti plasmatici degli ammino acidi che sono i precursori di importanti neurotrasmettitori cerebrali e quindi modificarne la loro captazione cerebrale e la successiva sintesi dei neurotrasmettitori.

Una modifica dei neurotrasmettitori corrisponde ad una modifica del funzionamento cerebrale, infatti è noto che:

– un eccesso di istamina causi attacchi cefalgici nei soggetti vulnerabili, quindi l’eccessiva decarbossilazione dell’istidina facilita le cefalee.

– che un basso livello di dopamina sia responsabile del Parkinson, quindi una eccessiva decarbossilazione della tirosina ne riduce la sua captazione e quindi la sintesi cerebrale di dopamina.

– che un elevato livello di dopamina sia responsabile della schizofrenia quindi la diminuzione del livello dei competitori aumenta la captazione di tirosina cerebrale aumentando la sintesi di dopamina

– che un basso livello di triptofano, ne riduce la captazione cerebrale, diminuendo la sintesi cerebrale di serotonina e la successiva sintesi di melatonina.
1) Hawrelak JA, Myers SP. The causes of intestinal dysbiosis: a review. Altern Med Rev. 2004 Jun;9(2):180-97

(Prof. Paolo Mainardi)

dal libro: Alla Ricerca dell’Una Medicina

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