Il diabete ed i carboidrati insulinici 

I carboidrati come gli amidi (pane, pasta, pizza, patate, legumi, riso) ed i zuccheri semplici stimolano la produzione di cortisolo, sia innalzando l’insulina sia aumentando le infiammazioni sistemiche (disbiosi, malattie autoimmuni, infiammazioni ect. ). Quando sia l’insulina che il cortisolo sono oramai fuori controllo, certo non possiamo sorprenderci se poi ci viene diagnosticato il diabete.

La malattia più direttamente collegata al consumo dei carboidrati è il diabete di tipo 2 (quello alimentare).
Difatti lo stravolgimento alimentare di cui siamo responsabili ha modificato l’uso sporadico dell’insulina nella dieta ancestrale in un uso sistematico di tale ormone (che la nostra dieta moderna attiva ogni volta che consumiamo un pasto). Di fatto il nostro corpo, per milioni di anni, ha utilizzato il grasso per produrre energia e solo da pochi millenni, lo costringiamo ad utilizzare lo zucchero, raggiungendo anche il 70% delle calorie ingerite sotto forma di questo substrato energetico.

Non vi sembra abbastanza logico che se ingeriamo zuccheri in quantità industriali, forse prima o poi potremmo avere problemi come il diabete?
D’altronde se assumessimo solo dal fruttosio (dalla frutta e dalla verdura) non avremmo un aumento diretto della glicemia, perchè deve essere prima elaborato dal fegato e sarà quest’organo a rilasciare il glucosio nel sangue in base alle nostre esigenze. Noi invece facciamo al contrario, assumiamo zuccheri ed amidi che si riversano direttamente nel sangue ed obbligano il nostro corpo a produrre insulina.
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Non credete che dopo decenni di attività sfrenata dell’insulina, qualcosa poi si possa rompere e far saltare tutti i nostri meccanismi energetici?
Vi ricorderete che l’insulina causa il calo glicemico e quindi la produzione di cortisolo. Il cortisolo aumenta la fase catabolica smontando i muscoli e la matrice trasformandoli in zuccheri ed ordina al fegato di rilasciare il glucosio nel sangue. Quindi una super stimolazione di questo ormone può causare la perdita della sua circadianità e quindi una produzione costante di zucchero anche da parte del nostro corpo.
I carboidrati come gli amidi (pane, pasta, pizza, patate, legumi, riso) ed i zuccheri semplici stimolano la produzione di cortisolo, sia innalzando l’insulina sia aumentando le infiammazioni sistemiche (disbiosi, malattie autoimmuni, infiammazioni ect. ). Quando sia l’insulina che il cortisolo sono oramai fuori controllo, certo non possiamo sorprenderci se poi ci viene diagnosticato il diabete.
Tornare ad un’alimentazione ancestrale ci permette di eliminare del tutto il rischio di comparsa di tale patologia. Per chi purtroppo ne è già affetto, sicuramente rappresenta l’unica soluzione per cercare di ridurre gli effetti devastanti per organismo. A meno che non vogliate continuare ad aumentare sempre di più il numero di farmaci che sarete costretti ad assumere nel futuro, senza mai risolvere il problema.
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L’arteriosclerosi ed i carboidrati insulinici 

Un altro aspetto importante riguarda la produzione delle lipoproteine Vldl (seguito dell’assunzione dei carboidrati), che sono generate dal fegato, al fine di stipare il grasso negli adipociti. Queste Ldl restano più tempo a contatto con il glucosio e si ossidano di più delle loro colleghe, create dai villi intestinali (chilomicroni) e quindi si attaccano più facilmente alle pareti.

L’arteriosclerosi indica una serie di malattie degenerative del nostro sistema circolatorio, che coinvolge molti tessuti ed organi (tra cui il cuore).
Per non incorrere in tali patologie bisogna mantenere in buono stato le pareti delle arterie e delle vene. La medicina ufficiale sembra dare per scontato che ad una certa età, sia normale un peggioramento dell’epitelio dei vasi, come se volessero paragonare le arterie a dei tubi metallici, che inevitabilmente nel tempo si usurano. Al contrario, i nostri tessuti sono vivi ed hanno una capacità di rigenerazione molto efficace, permettendoci anche in tarda età, di avere un sistema circolatorio molto efficiente.
In effetti visto che il nostro corpo può arrivare all’età di 120 anni, non si comprende perché molti soggetti già a 40 o 50 anni accusino seri problemi di degenerazione del sistema cardio circolatorio. Nel regno animale non esiste questa patologia, neanche nelle tartarughe che vivono 150 anni. Allora ci dovremmo domandare per quale motivo gli uomini soffrono di tale patologia. Ancora una volta la responsabilità ricade sul consumo di carboidrati complessi e semplici.
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Innanzitutto quando mangiamo carboidrati, alziamo il livello di glucosio nel sangue fino al picco di 1,4 grammi per litro e ciò significa, fino all’80% in più del livello fisiologico di 0,8 grammi per litro. Ricordiamo che il nostro corpo ha una capacità riparativa che può essere ridotta sia dall’entità del danno da riparare che dalla disponibilità dei micronutrienti necessari.
Il glucosio presente nel sangue a contatto con le pareti delle arterie, crea delle ossidazioni che generano gli Ages e di conseguenza i radicali liberi. La presenza di tali atomi instabili inibisce la produzione di NO (ossido di azoto) da parte delle cellule endoteliale, impedendo l’effetto vasodilatatore delle vene. Difatti ricorderete che l’elasticità delle arterie dipende dal delicato equilibrio tra gli effetti dilatativi del NO (ossido di azoto) e gli effetti vasocostrittivi dell’endotelina-1.
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L’inibizione promossa dai radicali liberi contro il NO lascia la parete dei vasi nella sola fase della vasocostrizione (perché l’effetto della endotelina-1 non viene contrastato). Inoltre il nostro corpo pur avendo la capacità di rigenerare le pareti dei vasi, l’eccessiva presenza di Ages impedisce la ricostruzione della matrice extracellulare. Un altro aspetto da non sottovalutare è l’azione infiammatoria dei carboidrati dovuta sia all’effetto dell’osmosi sulle cellule epiteliali. Inoltre la morte delle cellule, causa un aumento delle cellule senescenti (dovute all’eccessiva apoptosi cellulare), ed aumenterà l’inefficienza del tessuto stesso. È come avere venti anni e le vene di un novantenne.
Il glucosio inoltre genera anche un’altra patologia, l’aterosclerosi, riconoscibile dalla classica formazione di ateromi. Ciò è dovuto all’ossidazione delle Ldl che iniziano ad attaccarsi alle pareti delle arterie. Tali cambiamenti sono causati da due fattori: dal peggioramento della parete vasale (che incomincia a spaccarsi) e dalla quantità di Ldl a contatto con il glucosio nel sangue e la loro conseguente ossidazione.
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Maggiore è la quantità di glucosio nel sangue (dovuto all’assunzione di carboidrati) e più veloce sarà l’ossidazione delle Ldl e la loro capacità adesiva. Non a caso i malati di diabete hanno come conseguenza diretta le malattie arteriosclerotiche, che rappresentano il primo motivo di morte ed invalidità del diabetico. Se ci pensate bene, l’alimentazione a base di carboidrati insulinici, induce una curva glicemica, che moltiplicata per 4-5 pasti o spuntini al giorno, ci pone in fase diabetica per circa 12 ore al giorno.
Un altro aspetto importante riguarda la produzione delle lipoproteine Vldl (seguito dell’assunzione dei carboidrati), che sono generate dal fegato, al fine di stipare il grasso negli adipociti. Queste Ldl restano più tempo a contatto con il glucosio e si ossidano di più delle loro colleghe, create dai villi intestinali (chilomicroni) e quindi si attaccano più facilmente alle pareti.
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Al contrario un’alimentazione paleolitica, senza carboidrati insulinici, permette il mantenimento del livello del glucosio a 0,8 grammi per litro. Inoltre l’assunzione costante di proteine, assicura gli aminoacidi giusti (compresa l’arginina), utili nella ricostruzione dell’endotelio dei vasi.
Concludiamo dicendo che il nostro metabolismo è in grado di riparare il sistema circolatorio fino agli ultimi giorni di vita, solo però se il livello del glucosio non supera gli 0,8 grammi per litro, e fornendolo continuamente di tutti i micronutrienti necessari a tale scopo (tra cui gli aminoacidi).
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Lo stimolo della Sete

I carboidrati, oltre a non fornire acqua, provocano la ritenzione idrica, attivando l’aldosterone che ordina ai reni di trattenere il sale. Ciò significa che il consumo di carboidrati richiede maggiori quantità di acqua, senza però stimolare la sensazione della sete.

Lo stimolo della sete è fondamentale, perché se mangiamo cibi troppo salati, i nostri reni hanno bisogno di acqua per diluire il sale eliminandolo dal corpo, tramite le urine.

L’acqua difatti è fondamentale permettendo la diluizione di altre scorie del nostro corpo, comprese quelle acide. Lo stimolo della sete si presenta anche quando si rimane molto tempo al sole o in presenza di climi molto caldi (esempio d’estate), perché dobbiamo reintegrare l’acqua evaporata dal nostro corpo. I medici per tale motivo ci raccomandano vivamente di bere almeno due litri di acqua al giorno, anche durante l’inverno.

Anzi, addirittura ci raccomandano di non arrivare al punto di bere quando si ha sete, perchè a loro giudizio siamo oramai disidratati.

Le domande che sorgono spontanee sono:
Se non abbiamo sete (quindi il nostro corpo non ce la chiede) perché dobbiamo bere così tanto?

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Ho difficoltà ad immaginare degli animali che non avendo lo stimolo della sete, si abbeverano controvoglia.
Come sopravvivevano i nostri antenati, avendo poca acqua e bevendo solo quando era possibile?

I consigli dei medici, di bere acqua anche in assenza dello stimolo della sete, hanno purtroppo una base di verità. La dieta moderna basata sui carboidrati, non induce il senso della sete, nonostante proprio tale tipo di alimentazione, richiama molta acqua. Vediamone i motivi.

Innanzi tutto, la quantità di acqua nei vari alimenti varia notevolmente. I carboidrati contengono solo il 30% di acqua, mentre carne e pesce presentano una quantità di acqua dell’80%, le verdure e la frutta del 90%.

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I carboidrati, oltre a non fornire acqua, provocano la ritenzione idrica, attivando l’aldosterone che ordina ai reni di trattenere il sale. Ciò significa che il consumo di carboidrati richiede maggiori quantità di acqua, senza però stimolare la sensazione della sete. Difatti quando i reni trattengono il sale, non stimolano il corpo a richiedere acqua, perché non devono utilizzarla per eliminarlo.

Quindi non potendo contare sullo stimolo della sete, va alla ricerca dell’acqua, trattenendola dove gli è possibile, ovvero durante la formazione delle feci (generando la stitichezza) e dal sangue, diminuendo la produzione di urina.

Perché il corpo quando ha bisogno di acqua (dopo aver mangiato carboidrati) non invia lo stimolo della sete, recuperando l’acqua dalle feci e diminuendo le quantità delle urine?

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Semplicemente perché il nostro corpo non ha mai imparato a gestire il glucosio in quantità industriali (ne mangiamo 300 grammi al giorno) e non aveva quindi bisogno del processo dell’osmosi per obbligare le cellule ad utilizzare lo zucchero. Il vero motivo per il quale i medici ci consigliano di bere due litri di acqua al giorno, anche quando non ne sentiamo lo stimolo, è l’alimentazione a base di carboidrati.

Con il nuovo regime alimentare, vi accorgerete dell’aumento della produzione dell’urina (lo noterete sia nel numero di volte che nel tempo impiegato per urinare), che del suo colore (più chiaro), senza avere aumentato le dosi quotidiane di acqua.

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Ascoltiamo il nostro corpo

Un altro aspetto fondamentale della fame è il modo di percepirla. Quando assumiamo carboidrati digeribili in due ore, l’insulina causa un picco della leptina e subito dopo un suo calo. Il deficit di leptina causa l’innalzamento della grelina che non viene neanche contrastata dalla colecistochinina (che si può produrre solo con un pasto a base di proteine e grassi), e quindi, dopo due ore, riprendiamo ad avere fame.

L’essere umano è sicuramente l’animale più evoluto della terra e la sua intelligenza lo fa primeggiare sul mondo animale.
Purtroppo queste capacità, a volte, ci spingono ad una presunzione tale da ingigantire le nostre qualità, facendoci smarrire il senso della realtà. Sopravvalutiamo talmente la nostra intelligenza, di arrivare a pensare di poter insegnare al nostro corpo quello di cui realmente necessita, ignorando i messaggi che esso ci comunica.
Messaggi collegati al funzionamento di tutte le azioni enzimatiche ed ormonali, che regolano il nostro corpo da milioni di anni. Ad esempio quando esso ha bisogno di nutrimento, ci fa pervenire il senso della fame. Quando ha bisogno di acqua invia la sensazione della sete. Quando ha bisogno di Sali minerali, fa venire l’acquolina verso determinati cibi (esempio quelli salati). Quando dobbiamo urinare, ne sentiamo subito lo stimolo.
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Il cibo moderno ricco di carboidrati, confonde il nostro corpo e gli stimoli che di solito utilizza per comunicarci le sue necessità. Ciò avviene sia per il senso della fame che della sete.
LO STIMOLO DELLA FAME
Lo stimolo della fame per noi è fondamentale, altrimenti non ricorderemo di mangiare, morendo di fame. Fondamentale è anche il gusto che proviamo nel farlo perché è legato alle esigenze del nostro corpo.
Se ad esempio svolgiamo attività fisica, noteremo subito dopo, una voglia di alimenti zuccherati e salati (il primo per mancanza di zucchero nel sangue, il secondo per la perdita di minerali con il sudore). La nostra alimentazione può creare delle dipendenze a seguito di quello che mangiamo e ciò ad opera delle cellule (neuroni del nostro cervello). Come ricorderete i carboidrati accelerano la produzione della serotonina ed il cervello, che ne trova giovamento, ci chiederà sempre di più quel tipo di sensazione (come succede per le droghe).
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Un altro aspetto fondamentale della fame è il modo di percepirla. Quando assumiamo carboidrati digeribili in due ore, l’insulina causa un picco della leptina e subito dopo un suo calo. Il deficit di leptina causa l’innalzamento della grelina che non viene neanche contrastata dalla colecistochinina (che si può produrre solo con un pasto a base di proteine e grassi), e quindi, dopo due ore, riprendiamo ad avere fame.
Tale sensazione la definisco “fame glicemica” e si distingue dall’esigenza quasi irrefrenabile (il tipico “buco allo stomaco”) di mangiare qualcosa, soprattutto con il desiderio di assumere altri carboidrati (mangiandone con voracità). Quando decideremo di cambiare alimentazione seguendo il nuovo regime alimentare, ci accorgeremo che la sensazione di fame sarà totalmente diversa. Non sentiremo più buchi allo stomaco e né tanto meno l’urgenza di correre a mangiare, altrimenti diventiamo nervosi (attenuazione del cortisolo).
La nostra voglia sarà automaticamente orientata verso cibi ricchi di proteine e di grassi, gustandoli con molta più calma. In ultimo, non avremo più quella sensazione di aver mangiato troppo, colpevoli di non essere riusciti a fermarci in tempo (causata dalla mancata azione della colecistochina).
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L'insulina ed il cervello

L’insulina inibisce l’accesso ai neuroni degli aminoacidi necessari a produrre la dopamina e la noradrenalina, questo perché utilizza gli stessi carrier disponibili (molecole che trasportano gli aminoacidi), solo ed esclusivamente per trasportare all’interno della cellula nervosa, il triptofano (precursore della serotonina). Per tale motivo i neuroni potranno solo produrre la serotonina e lo faranno in maniera eccessiva

Il cervello è tecnicamente l’unico organo che non si rigenera, in quanto le cellule cerebrali che lo compongono (i neuroni) non si replicano, rimanendo le stesse da quando raggiungiamo la vita adulta fino alla nostra morte. Dovremmo dare la massima attenzione nel mantenere in ottimo stato i neuroni, evitando che siano coinvolti in un processo degenerativo (Alzheimer) o che inizino ad alterare la loro produzione di neurotrasmettitori (serotonina, dopamina e noradrenalina), fondamentali per governare il nostro corpo.
Per esempio il Parkinson è dovuto all’incapacità dei neuroni di produrre dopamina. Il buono stato del nostro cervello ci preserva da malattie come la depressione (che porta alla schizofrenia ed altre malattie mentali) e ci assicura un’esistenza felice, che vale la pena di essere vissuta. La classe medica ci raccomanda di avere cura del nostro cervello e con l’avanzare dell’età, di mantenerlo attivo con esercizi mentali specifici. I medici affermano che lo zucchero è fondamentale per il funzionamento dei neuroni; quindi un’alimentazione a base di carboidrati, a sentire loro, è importante proprio per tale motivo.
Ricordate un famoso spot degli anni ‘80 nel quale, una nota casa produttrice di zucchero, magnificava l’importanza dello stesso per il nostro cervello?
Siete davvero convinti che sia così?
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Indubbiamente è vero che i neuroni hanno bisogno di glucosio, ma non di assumerlo come facciamo oggi. Sarebbe come paragonare una doccia calda fatta nel vostro bagno, con qualcuno che vi bagna con un idrante dei vigili del fuoco. Tanto si tratta sempre di acqua! Il cervello ha a disposizione i carrier glut 1, che gli permettono di rifocillarsi di zucchero per le sue attività basali.
Quando invece ha bisogno di più energia, attiva il cortisolo che alza il glucosio nel sangue e tramite i carrier glut 3, aumenta il rifornimento di energia. Quindi non ha bisogno dell’insulina (non avendo glut sensibili a tale ormone), ma al contrario, sotto l’effetto di questo ormone, dovrà subire un “up and down” dovuto prima al picco e poi al calo glicemico. Significa che i glut 3 aumentano il trasporto di glucosio nel cervello, non perchè ne abbia fatto richiesta (tramite il cortisolo) ma semplicemente perchè abbiamo fatto un pasto iperglicemico. Inoltre l’insulina, che lo ricordiamo è un ormone, interagisce con i neurotrasmettitori dei neuroni.
L’insulina inibisce l’accesso ai neuroni degli aminoacidi necessari a produrre la dopamina e la noradrenalina, questo perché utilizza gli stessi carrier disponibili (molecole che trasportano gli aminoacidi), solo ed esclusivamente per trasportare all’interno della cellula nervosa, il triptofano (precursore della serotonina). Per tale motivo i neuroni potranno solo produrre la serotonina e lo faranno in maniera eccessiva. Ciò causa un grande squilibrio che però ci farà percepire un picco di euforia e benessere.
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Purtroppo non è solo questo il problema, perché quando dopo due ore interviene (per il calo glicemico) il cortisolo, questi esclude il triptofano, accelerando il trasporto dei precursori della dopamina e della noradrenalina. Abbiamo già detto, che i due neurotrasmettitori generano altre sensazioni, tra cui insoddisfazione e frustrazione. Il nostro cervello ed i nostri pensieri con lui, subiscono un “up and down”, che modifica involontariamente sia le nostre sensazioni che il normale equilibrio delle cellule neuronali.
Al contrario, un’alimentazione a base di carne, pesce, frutta e verdura (com’era la nostra dieta ancestrale), fornisce le giuste quantità di aminoacidi per produrre i neurotrasmettitori e nello stesso tempo, lascia al nostro cervello la scelta di utilizzarli nel modo e nei tempi necessari (in un perfetto equilibrio). In effetti dovrebbero essere i nostri pensieri a generare il nostro stato d’animo (attivando i giusti neurotrasmettitori) e non il contrario. Difatti se i neuroni sono obbligati ad utilizzare un determinato neurotrasmettitore, anche il nostro stato d’animo cambierà in base a questo, senza la nostra volontà.
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Tale meccanismo è anche alla base della nostra dipendenza dai carboidrati. Difatti il nostro cervello è sempre alla ricerca di benessere, quindi dopo aver provato la sensazione di benessere della serotonina (una vera dose da cavallo), ci spinge alla ricerca di cibi zuccherati o di carboidrati, per ritornare a quella sensazione di serenità.
Il fenomeno è ancora più forte (compresa la voglia che ne deriva), quando siamo nella fase del calo glicemico o quando siamo stressati (perché il cortisolo ha escluso il triptofano dai neuroni). Non a caso quando siamo depressi o delusi da qualcosa, affoghiamo i nostri dispiaceri nella cioccolata o nel gelato. Anche da questo deriva il nostro desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri, perché il nostro cervello avverte la mancanza di quei picchi di serotonina.
Vi ricorda qualcosa questa dipendenza?
Sicuramente lo stesso effetto che ci provoca l’assunzione di droghe, che infatti utilizzano gli stessi neurotrasmettitori. Tornare ad un’alimentazione equilibrata, permetterà al nostro cervello di disintossicarsi dagli eccessi di serotonina, senza più avvertire la necessità d’ingerire zuccheri e carboidrati, stabilizzando l’umore, diminuendo gli scatti d’ira, l’irrequietezza e l’insoddisfazione. Anche l’attività fisica e la giusta integrazione facilita il ritorno alla normalità.
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Perché ci si sente sempre affamati?

Quando facciamo un pasto a base di amidi o zuccheri, attiviamo nel nostro corpo una serie di reazioni enzimatiche ed ormonali che ci impediscono di sentirci sazi (per cui si mangia più di quello che dovremmo) e soprattutto dopo poche ore ci induce di nuovo il senso di fame.

Vi siete mai chiesti come mai mangiamo così tanto e senza avere freni inibitori?
Possibile che siamo diventati tutti dei libidinosi del cibo, a tal punto da non riuscire a fermarci?
Molto spesso diamo la colpa al marketing delle società alimentari (che ci riempiono di spot pubblicitari), e ad una più che efficiente distribuzione alimentare (dovunque andiamo c’è del “cibo invitante” che ci aspetta). In effetti anche questo ha il suo peso, ma vi assicuro che i veri colpevoli sono il cibo che mangiamo e lo stile di vita che conduciamo.
Ovviamente i primi ad essere incriminati sono gli zuccheri ed i carboidrati insulinici e cercherò ovviamente di spiegarvi il motivo. Quando facciamo un pasto a base di amidi o zuccheri, attiviamo nel nostro corpo una serie di reazioni enzimatiche ed ormonali che ci impediscono di sentirci sazi (per cui si mangia più di quello che dovremmo) e soprattutto dopo poche ore ci induce di nuovo il senso di fame.
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Il funzionamento di queste reazioni è molto semplice. Cerchiamo di spiegarlo. Quando ci sediamo a tavola ed iniziamo a mangiare, abbiamo bisogno che il nostro metabolismo ci comunichi, se man mano che stiamo mangiando, è giusto fermarsi (perché il corpo non necessita di altre calorie o nutrienti) o se al contrario dobbiamo ancora continuare a mangiare.
Il messaggero responsabile di questo tipo di comunicazione è l’ormone colecistochinina, che è in contatto diretto con i nostri neuroni. Ebbene la colecistochinina è prodotta solo con l’introduzione nello stomaco di proteine e grassi e non dalla presenza di carboidrati.
Per farvi un semplice esempio:
di fronte ad un piatto di porchetta ed un piatto di pasta al pomodoro, quale dei due cibi vi induce a lasciare prima la tavola?
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La carne di maiale molto grassa ci sazia velocemente, mentre saremmo indotti (soprattutto se è buona) anche di mangiare un secondo piatto di pasta. Questo è un esempio concreto di come il nostro corpo di fronte ad un pasto ricco di carboidrati, non sia in grado di regolare l’assunzione calorica.
Invece la sensazione della fame dipende dall’ormone della grelina, regolato dalla quantità di leptina nel sangue. La leptina è secreta dalle cellule adipose man mano che queste assimilano i trigliceridi dalle lipoproteine. La produzione di grelina è collegata alla velocità di assimilazione del grasso da parte delle cellule adipociti. Ciò significa che quando mangiamo un pasto a base di carboidrati insulinici, l’insulina accelera l’assunzione del grasso da parte degli adipociti, inducendoli a produrre dei picchi di leptina.
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Con il calo glicemico assistiamo anche ad un calo della leptina nel sangue e quindi alla produzione di grelina. Tale effetto è anche amplificato dal cortisolo, che inibisce la produzione di leptina. Infatti il nostro corpo, sa perfettamente che un calo glicemico va evitato e quindi stimola il cervello a cercare alimenti che possano rialzare i livelli glicemici, naturalmente ricchi di zuccheri, e certamente la leptina deve essere inibita (non farebbe attivare la grelina ed il senso di fame).
L’uomo primitivo non mangiava carboidrati insulinici, quindi la produzione di leptina era costante e duratura nel tempo. Certo la natura non aveva preso in considerazione un cambio così straordinario della nostra alimentazione.
Anche lo stress (che fa rilasciare il cortisolo) induce ad un calo di leptina e ad un aumento dell’ormone grelina e quindi ad un senso di fame. Difatti quando siamo stressati siamo assaliti dalla classica fame nervosa che ci induce a cercare alimenti grassi e pieni di zucchero.
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