Il canutismo ed i carboidrati insulinici

Quindi il segreto per fermare la presenza di capelli bianchi è quella di abbassare la quantità di cortisolo prodotta ogni giorno. Ciò significa affrontare la vita con più serenità, evitando fattori stressanti ed in particolare cambiare la propria alimentazione.

Il problema dei capelli bianchi

non è considerato dalla medicina ufficiale un’incognita rilevante, giudicato piuttosto un normale inciampo dell’età che avanza.

Eppure dovremmo domandarci per quale motivo cinesi, giapponesi o africani non abbiano problemi di canutismo come li abbiamo noi “occidentali”, già a partire dalla quarta decade di vita.

Difatti pur non rappresentando un problema di salute vero e proprio, il canutismo può essere considerato un campanello di allarme della presenza eccessiva di cortisolo.

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Abbiamo visto nei capitoli precedenti il rapporto tra quantità eccessiva di tale ormone e l’incapacità dei melanociti di produrre melanina. Infatti l’ormone Acth (Adreno Cortico Tropic Hormone) o corticotropina viene utilizzato per stimolare le ghiandole surrenali a produrre cortisolo e non può quindi trasformarsi in Msh (di cui necessitano invece i melanociti).

Quindi il segreto per fermare la presenza di capelli bianchi è quella di abbassare la quantità di cortisolo prodotta ogni giorno.

Ciò significa affrontare la vita con più serenità, evitando fattori stressanti ed in particolare cambiare la propria alimentazione.

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Abbiamo più volte visto e sottolineato che l’alimentazione a base di amidi, promuove il cortisolo sia per i cali glicemici (dovuto all’attivazione dell’insulina) che per il fenomeno della disbiosi intestinale.

Inoltre molte delle malattie causate dalla dieta a base di zuccheri sono foriere della super produzione di cortisolo e di radicali liberi (altro elemento che promuove il canutismo).

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La vitamina D è un alleato importante per combattere il canutismo. Difatti essa promuove la produzione dei peptidi che compongono il Ponc (pro-oppiomelanocortina), necessario all’ipofisi (ghiandola del cervello) per produrre l’ormone Acth e quindi l’ormone Msh.

L'immagine può contenere: 1 persona, primo piano

Questa maggiore disponibilità, può essere utilizzata dai melanociti perché le ghiandole surrenali non sono state stimolate a produrre cortisolo (in assenza dell’evento stressorio). Tale effetto è molto più evidente quando prendiamo la tintarella:

anche in questo caso i melanociti producono melanina, finalizzata però all’abbronzamento della pelle.

Vivere 120 Anni

Rimedi: Alga Klamth, Multinatural, Klamin, DepurEssaic

Il canutismo ed i carboidrati insulinici

Quindi il segreto per fermare la presenza di capelli bianchi è quella di abbassare la quantità di cortisolo prodotta ogni giorno. Ciò significa affrontare la vita con più serenità, evitando fattori stressanti ed in particolare cambiare la propria alimentazione.

Il problema dei capelli bianchi

non è considerato dalla medicina ufficiale un’incognita rilevante, giudicato piuttosto un normale inciampo dell’età che avanza.

Eppure dovremmo domandarci per quale motivo cinesi, giapponesi o africani non abbiano problemi di canutismo come li abbiamo noi “occidentali”, già a partire dalla quarta decade di vita.

Difatti pur non rappresentando un problema di salute vero e proprio, il canutismo può essere considerato un campanello di allarme della presenza eccessiva di cortisolo.

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Abbiamo visto nei capitoli precedenti il rapporto tra quantità eccessiva di tale ormone e l’incapacità dei melanociti di produrre melanina. Infatti l’ormone Acth (Adreno Cortico Tropic Hormone) o corticotropina viene utilizzato per stimolare le ghiandole surrenali a produrre cortisolo e non può quindi trasformarsi in Msh (di cui necessitano invece i melanociti).

Quindi il segreto per fermare la presenza di capelli bianchi è quella di abbassare la quantità di cortisolo prodotta ogni giorno.

Ciò significa affrontare la vita con più serenità, evitando fattori stressanti ed in particolare cambiare la propria alimentazione.

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Abbiamo più volte visto e sottolineato che l’alimentazione a base di amidi, promuove il cortisolo sia per i cali glicemici (dovuto all’attivazione dell’insulina) che per il fenomeno della disbiosi intestinale.

Inoltre molte delle malattie causate dalla dieta a base di zuccheri sono foriere della super produzione di cortisolo e di radicali liberi (altro elemento che promuove il canutismo).

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La vitamina D è un alleato importante per combattere il canutismo. Difatti essa promuove la produzione dei peptidi che compongono il Ponc (pro-oppiomelanocortina), necessario all’ipofisi (ghiandola del cervello) per produrre l’ormone Acth e quindi l’ormone Msh.

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Questa maggiore disponibilità, può essere utilizzata dai melanociti perché le ghiandole surrenali non sono state stimolate a produrre cortisolo (in assenza dell’evento stressorio). Tale effetto è molto più evidente quando prendiamo la tintarella:

anche in questo caso i melanociti producono melanina, finalizzata però all’abbronzamento della pelle.

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I problemi dello stomaco ed i carboidrati insulinici 

Esistono innumerevoli malattie e disfunzioni legate al funzionamento dello stomaco e soprattutto, oltre a rappresentare un aspetto importante per la qualità di vita, esse anticipano altre malattie che coinvolgono il resto del sistema digerente.
Parliamo in ogni caso di malattie come il reflusso gastroesofageo, dell’ulcera, del tumore e dei problemi identificati con il bruciore ed il gonfiore dello stomaco. Lo stomaco è un organo straordinario in grado di scindere le proteine ed in parte i grassi, utilizzando l’acido cloridrico prodotto al proprio interno.
Inoltre ha un sistema molto efficiente per difendere le pareti dall’azione di tale acido. Lo stomaco è in grado di modulare la propria acidità per uccidere i batteri dannosi e salvaguardare il nostro corpo da invasioni indesiderate.
Ancora una volta il consumo di carboidrati come gli amidi e gli zuccheri, sono il motivo principale (oltre all’intervento del cortisolo, che in parte dipende anch’esso da questo tipo di alimentazione) delle disfunzioni dell’intestino che poi cagionano le malattie sopra elencate.
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Stiamo parlando della correlazione di questo tipo di alimenti con la patologia dell’acidosi e della produzione eccessiva di istamina.
Vediamoli uno alla volta.
Abbiamo più volte approfondito la diretta correlazione dell’acidosi causata dal consumo di carboidrati, indotta dal processo denominato glicolisi, all’interno delle cellule. Quando ciò accade, le cellule delomorfe (presenti nella mucosa dello stomaco) devono produrre bicarbonato da immettere nel flusso sanguigno (per mantenere costante il ph), diminuendo in tal modo il bicarbonato necessario alla mucosa, per impedire l’aggressione dell’acido cloridrico alle pareti dello stomaco.
Inoltre dopo un pasto glicemico viene attivato il cortisolo, il quale riduce l’attività dello stomaco, contrastando così il lavoro di frazionamento delle proteine presenti nel bolo alimentare.
Per quanto riguarda l’istamina, ricordiamo che tale ammina è prodotta nel nostro intestino in presenza di disbiosi, causata ovviamente da cibi ricchi di carboidrati. L’istamina ha un recettore specifico nello stomaco (H2) che regola la produzione di acido cloridrico, un meccanismo necessario (producendo maggiore acido cloridrico) a scomporre meglio le proteine, impedendo la crescita batterica, responsabile della formazione di altra istamina.
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Lo stomaco, quindi è stimolato a produrre più acido cloridrico (per la troppa presenza di istamina nel corpo) e in caso di insufficiente protezione della mucosa gastrica, può danneggiare le pareti dell’organo. L’istamina è inoltre responsabile della stimolazione del sistema dell’emesi (centro del vomito) e dalla diarrea.
Tutte azioni che la natura ha messo a disposizione del nostro corpo per difenderci dall’eccesso di istamina (immaginando potesse essere causato dall’introduzione di alimenti in decomposizione), ma non certamente dalla produzione eccessiva di istamina dipesa dalla disbiosi intestinale (indotta da alimenti sconosciuti al nostro corpo fino a qualche millennio fa).
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Il diabete ed i carboidrati insulinici 

I carboidrati come gli amidi (pane, pasta, pizza, patate, legumi, riso) ed i zuccheri semplici stimolano la produzione di cortisolo, sia innalzando l’insulina sia aumentando le infiammazioni sistemiche (disbiosi, malattie autoimmuni, infiammazioni ect. ). Quando sia l’insulina che il cortisolo sono oramai fuori controllo, certo non possiamo sorprenderci se poi ci viene diagnosticato il diabete.

La malattia più direttamente collegata al consumo dei carboidrati è il diabete di tipo 2 (quello alimentare).
Difatti lo stravolgimento alimentare di cui siamo responsabili ha modificato l’uso sporadico dell’insulina nella dieta ancestrale in un uso sistematico di tale ormone (che la nostra dieta moderna attiva ogni volta che consumiamo un pasto). Di fatto il nostro corpo, per milioni di anni, ha utilizzato il grasso per produrre energia e solo da pochi millenni, lo costringiamo ad utilizzare lo zucchero, raggiungendo anche il 70% delle calorie ingerite sotto forma di questo substrato energetico.

Non vi sembra abbastanza logico che se ingeriamo zuccheri in quantità industriali, forse prima o poi potremmo avere problemi come il diabete?
D’altronde se assumessimo solo dal fruttosio (dalla frutta e dalla verdura) non avremmo un aumento diretto della glicemia, perchè deve essere prima elaborato dal fegato e sarà quest’organo a rilasciare il glucosio nel sangue in base alle nostre esigenze. Noi invece facciamo al contrario, assumiamo zuccheri ed amidi che si riversano direttamente nel sangue ed obbligano il nostro corpo a produrre insulina.
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Non credete che dopo decenni di attività sfrenata dell’insulina, qualcosa poi si possa rompere e far saltare tutti i nostri meccanismi energetici?
Vi ricorderete che l’insulina causa il calo glicemico e quindi la produzione di cortisolo. Il cortisolo aumenta la fase catabolica smontando i muscoli e la matrice trasformandoli in zuccheri ed ordina al fegato di rilasciare il glucosio nel sangue. Quindi una super stimolazione di questo ormone può causare la perdita della sua circadianità e quindi una produzione costante di zucchero anche da parte del nostro corpo.
I carboidrati come gli amidi (pane, pasta, pizza, patate, legumi, riso) ed i zuccheri semplici stimolano la produzione di cortisolo, sia innalzando l’insulina sia aumentando le infiammazioni sistemiche (disbiosi, malattie autoimmuni, infiammazioni ect. ). Quando sia l’insulina che il cortisolo sono oramai fuori controllo, certo non possiamo sorprenderci se poi ci viene diagnosticato il diabete.
Tornare ad un’alimentazione ancestrale ci permette di eliminare del tutto il rischio di comparsa di tale patologia. Per chi purtroppo ne è già affetto, sicuramente rappresenta l’unica soluzione per cercare di ridurre gli effetti devastanti per organismo. A meno che non vogliate continuare ad aumentare sempre di più il numero di farmaci che sarete costretti ad assumere nel futuro, senza mai risolvere il problema.
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Restrizione calorica e longevità 

La cellula attiva le sirtuine che stimolano la produzione di nuovi mitocondri, che andranno a sostituire quelli danneggiati. In tal modo la cellula torna a produrre l’energia di cui abbisogna eliminando i mitocondri più danneggiati e che avrebbero prodotto più radicali liberi.

Nel 1935 il Dottor Mc Cay e il suo gruppo di ricercatori della Cornel University dimostrarono che i topi più longevi seguivano una dieta ipocalorica (con il 30-40% in meno di calorie, riuscivano a vivere il 50% in più dei loro coetanei che si cibavano di normali quantità caloriche).
Dopo l’autopsia, nel 50% dei topi longevi, non sono state ravvisate malattie degenerative attribuendo la morte a cause naturali (vecchiaia). Tali esperimenti negli anni successivi sono stati ribaditi da scienziati di tutto il mondo, ottenendo i medesimi risultati, anche con razze animali diverse. Non sono stati ancora effettuati studi sugli esseri umani (per l’impossibilità di seguirli per 100 anni), ma già possiamo verificare l’esattezza di tale teoria, osservando alcune popolazioni tra le più longeve del pianeta.
La prima riguarda gli abitanti di Okinawa, un’isola dell’arcipelago giapponese dove la popolazione raggiunge facilmente i 100 anni senza essere afflitti da malattie degenerative. L’altra è la cittadina di Vilcabamba, Equador, dove gli abitanti arrivano in ottima salute a 110 anni, lavorando la terra fino agli ultimi giorni della loro vita.
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Queste due popolazioni sono accomunate da una dieta, povera di carboidrati e da un introito giornaliero di 1.200 calorie.
Qual’é il meccanismo riscontrato dagli scienziati alla base della longevità e la conseguente diminuzione delle malattie degenerative?
LE SIRTUINE
La restrizione calorica stimola la produzione all’interno delle cellule di alcuni enzimi chiamati sirtuine che promuovono la produzione di nuovi mitocondri.
Approfondimento tecnico.
Le sirtuine le quali attivano la Pgc 1 alfa (Peroxisome Proliferator Activated Receptor Coactivator), un coattivatore di recettori nucleari ormonali, stimolante le biogenesi mitocondriali (attiva la crescita di nuovi mitocondri).
Il motivo che induce le cellule all’apoptosi riguarda il peggioramento della funzionalità dei mitocondri (disfunzione mitocondriale), che generando troppi radicali liberi, i quali danneggiano ed inducono la cellula a suicidarsi. Ciò causa la replicazione della cellula più vicina (che ricopre lo spazio lasciato libero nella matrice) ed il conseguente accorciamento dei telomeri della stessa (accade ad ogni replicazione), accelerando di conseguenza la fase senescente delle cellule e della nostra fine su questa terra.
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La stimolazione alla genesi di altri mitocondri permette la sostituzione di quelli maggiormente danneggiati, ottenendo in tal modo il miglioramento della respirazione cellulare, evitando l’apoptosi della cellula (che ne rimanderà l’evento).
Virtualmente, se riuscissimo a produrre sempre nuovi mitocondri, le nostre cellule non morirebbero, potendo vivere per sempre (non ci sarebbe la diminuzione dei telomeri, allontanando la senescenza) ed aumentando la nostra longevità.
Perché la restrizione calorica induce la sostituzione dei mitocondri?
I PROMOTORI DELLE SIRTUINE
Molte ricerche scientifiche hanno dimostrato che la cellula, quando ha un calo di produzione energetica, attiva le sirtuine, aumentando il numero di mitocondri.
Tale fenomeno lo riscontriamo in caso di esercizio fisico costante, come se la fibrocellula, intuendo il bisogno fisiologico di avere più energia, riprogrammi la quantità di centrali energetiche (mitocondri) all’interno del Citosol, per aumentarne la produzione.
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Facciamo qualche esempio per comprendere meglio questo passaggio.
Ogni cellula ha un certo numero di mitocondri, in base alla quantità di energia di cui necessita per svolgere le proprie funzioni. Immaginiamo che una cellula abbia 100 mitocondri e che ognuno di essi produca 34 Atp al minuto. Ciò significa che il consumo della cellula si attesta a 3.400 Atp al minuto.
Se la loro produzione subisce un calo, come fa la cellula a reintegrare l’energia di cui ha bisogno?
La cellula attiva le sirtuine che stimolano la produzione di nuovi mitocondri, che andranno a sostituire quelli danneggiati. In tal modo la cellula torna a produrre l’energia di cui abbisogna eliminando i mitocondri più danneggiati e che avrebbero prodotto più radicali liberi.
Un meccanismo perfetto!
Che cosa succede quando ingeriamo zuccheri, complessi o semplici?
Come abbiamo detto altre volte, l’insulina obbliga le cellule a far entrare il glucosio fuoriuscito dal sangue, attivando così il sistema energetico alternativo detto glicolisi. Ricordiamo che la glicolisi è in grado di produrre 5 Atp (particelle energetiche) nel tempo in cui un mitocondrio ne produce una. Ciò significa che, se in un minuto il mitocondrio ha prodotto 34 Atp, la glicolisi ne produrrà altri 170, per un totale di 204 Atp.
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Se lo rapportiamo all’esempio precedente (produzione energetica di 100 mitocondri), la differenza sarebbe 3.400 Atp contro 20.400 Atp (6 volte la produzione nello stesso arco temporale).
Se la cellula possiede un tot numero di mitocondri in funzione della propria necessità energetica, cosa succede quando è costretta a produrre energia con il sistema della glicolisi?
Si ottiene una super produzione energetica che impedisce alla cellula di capire se ci sono dei mitocondri inefficienti da sostituire. Purtroppo i mitocondri inefficienti producono molti radicali liberi, causando danni alla cellula (nucleo e membrana) e un deterioramento esponenziale dei mitocondri stessi. Quando la cellula non è più in grado di riparare i danni prodotti dai radicali liberi, decide di procedere con l’apoptosi.
Alcune ricerche scientifiche sull’insulina, che hanno accertato l’effetto inibitorio di questo ormone sulle sirtuine (inibendo quindi la produzione di nuovi mitocondri). Al contrario, un’alimentazione senza carboidrati (ad esclusione di frutta e verdura) obbliga le cellule alla giusta manutenzione dei mitocondri, sostituendo quelli mal funzionanti. Per tale motivo un’alimentazione a basso consumo calorico, induce lo stimolo all’attivazione delle sirtuine ed aumenta la vita delle cellule e dell’individuo di cui fanno parte.
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L'insulina ed il cervello

L’insulina inibisce l’accesso ai neuroni degli aminoacidi necessari a produrre la dopamina e la noradrenalina, questo perché utilizza gli stessi carrier disponibili (molecole che trasportano gli aminoacidi), solo ed esclusivamente per trasportare all’interno della cellula nervosa, il triptofano (precursore della serotonina). Per tale motivo i neuroni potranno solo produrre la serotonina e lo faranno in maniera eccessiva

Il cervello è tecnicamente l’unico organo che non si rigenera, in quanto le cellule cerebrali che lo compongono (i neuroni) non si replicano, rimanendo le stesse da quando raggiungiamo la vita adulta fino alla nostra morte. Dovremmo dare la massima attenzione nel mantenere in ottimo stato i neuroni, evitando che siano coinvolti in un processo degenerativo (Alzheimer) o che inizino ad alterare la loro produzione di neurotrasmettitori (serotonina, dopamina e noradrenalina), fondamentali per governare il nostro corpo.
Per esempio il Parkinson è dovuto all’incapacità dei neuroni di produrre dopamina. Il buono stato del nostro cervello ci preserva da malattie come la depressione (che porta alla schizofrenia ed altre malattie mentali) e ci assicura un’esistenza felice, che vale la pena di essere vissuta. La classe medica ci raccomanda di avere cura del nostro cervello e con l’avanzare dell’età, di mantenerlo attivo con esercizi mentali specifici. I medici affermano che lo zucchero è fondamentale per il funzionamento dei neuroni; quindi un’alimentazione a base di carboidrati, a sentire loro, è importante proprio per tale motivo.
Ricordate un famoso spot degli anni ‘80 nel quale, una nota casa produttrice di zucchero, magnificava l’importanza dello stesso per il nostro cervello?
Siete davvero convinti che sia così?
Nessun testo alternativo automatico disponibile.
Indubbiamente è vero che i neuroni hanno bisogno di glucosio, ma non di assumerlo come facciamo oggi. Sarebbe come paragonare una doccia calda fatta nel vostro bagno, con qualcuno che vi bagna con un idrante dei vigili del fuoco. Tanto si tratta sempre di acqua! Il cervello ha a disposizione i carrier glut 1, che gli permettono di rifocillarsi di zucchero per le sue attività basali.
Quando invece ha bisogno di più energia, attiva il cortisolo che alza il glucosio nel sangue e tramite i carrier glut 3, aumenta il rifornimento di energia. Quindi non ha bisogno dell’insulina (non avendo glut sensibili a tale ormone), ma al contrario, sotto l’effetto di questo ormone, dovrà subire un “up and down” dovuto prima al picco e poi al calo glicemico. Significa che i glut 3 aumentano il trasporto di glucosio nel cervello, non perchè ne abbia fatto richiesta (tramite il cortisolo) ma semplicemente perchè abbiamo fatto un pasto iperglicemico. Inoltre l’insulina, che lo ricordiamo è un ormone, interagisce con i neurotrasmettitori dei neuroni.
L’insulina inibisce l’accesso ai neuroni degli aminoacidi necessari a produrre la dopamina e la noradrenalina, questo perché utilizza gli stessi carrier disponibili (molecole che trasportano gli aminoacidi), solo ed esclusivamente per trasportare all’interno della cellula nervosa, il triptofano (precursore della serotonina). Per tale motivo i neuroni potranno solo produrre la serotonina e lo faranno in maniera eccessiva. Ciò causa un grande squilibrio che però ci farà percepire un picco di euforia e benessere.
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Purtroppo non è solo questo il problema, perché quando dopo due ore interviene (per il calo glicemico) il cortisolo, questi esclude il triptofano, accelerando il trasporto dei precursori della dopamina e della noradrenalina. Abbiamo già detto, che i due neurotrasmettitori generano altre sensazioni, tra cui insoddisfazione e frustrazione. Il nostro cervello ed i nostri pensieri con lui, subiscono un “up and down”, che modifica involontariamente sia le nostre sensazioni che il normale equilibrio delle cellule neuronali.
Al contrario, un’alimentazione a base di carne, pesce, frutta e verdura (com’era la nostra dieta ancestrale), fornisce le giuste quantità di aminoacidi per produrre i neurotrasmettitori e nello stesso tempo, lascia al nostro cervello la scelta di utilizzarli nel modo e nei tempi necessari (in un perfetto equilibrio). In effetti dovrebbero essere i nostri pensieri a generare il nostro stato d’animo (attivando i giusti neurotrasmettitori) e non il contrario. Difatti se i neuroni sono obbligati ad utilizzare un determinato neurotrasmettitore, anche il nostro stato d’animo cambierà in base a questo, senza la nostra volontà.
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Tale meccanismo è anche alla base della nostra dipendenza dai carboidrati. Difatti il nostro cervello è sempre alla ricerca di benessere, quindi dopo aver provato la sensazione di benessere della serotonina (una vera dose da cavallo), ci spinge alla ricerca di cibi zuccherati o di carboidrati, per ritornare a quella sensazione di serenità.
Il fenomeno è ancora più forte (compresa la voglia che ne deriva), quando siamo nella fase del calo glicemico o quando siamo stressati (perché il cortisolo ha escluso il triptofano dai neuroni). Non a caso quando siamo depressi o delusi da qualcosa, affoghiamo i nostri dispiaceri nella cioccolata o nel gelato. Anche da questo deriva il nostro desiderio di cibi ricchi di carboidrati e zuccheri, perché il nostro cervello avverte la mancanza di quei picchi di serotonina.
Vi ricorda qualcosa questa dipendenza?
Sicuramente lo stesso effetto che ci provoca l’assunzione di droghe, che infatti utilizzano gli stessi neurotrasmettitori. Tornare ad un’alimentazione equilibrata, permetterà al nostro cervello di disintossicarsi dagli eccessi di serotonina, senza più avvertire la necessità d’ingerire zuccheri e carboidrati, stabilizzando l’umore, diminuendo gli scatti d’ira, l’irrequietezza e l’insoddisfazione. Anche l’attività fisica e la giusta integrazione facilita il ritorno alla normalità.
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L'insulina e l'equilibrio osmolare

Senza le pompe sodio potassio, le cellule non potrebbero sopravvivere. La rincorsa continua all’equilibrio osmolitico (stress importante per la cellula) è causato da questi “tsunami” di glucosio e sodio, dovuti all’azione dell’insulina. Inoltre la fuoriuscita del potassio dalla cellula, può indurre un deficit di questo minerale, fondamentale per l’equilibrio osmolare.

Una delle vie più efficienti a disposizione dell’insulina per eliminare il glucosio dal sangue è l’osmosi. Come abbiamo già detto, l’insulina riversa il glucosio nella matrice extracellulare, insieme al sodio (trattenuto dai reni), al fine di aumentare il gradiente di concentrazione.

Ciò causa un effetto di raggrinzimento delle cellule (l’acqua tende ad uscire dalla cellula per mediare la concentrazione dei minerali nella matrice), fino a costringerle ad attivare un meccanismo di controllo dell’osmosi, le così dette “pompe sodio potassio”. Queste ultime aprono dei canali per far entrare glucosio e sodio, a discapito del potassio, che fuoriesce dalla cellula.
Ciò comporta un rigonfiamento della stessa fino a quando il glucosio non verrà utilizzato nella glicolisi e il sodio fatto uscire nella matrice (dove aumenterà di nuovo il gradiente esterno nella matrice, con un nuovo fenomeno di raggrinzimento della cellula).
Senza le pompe sodio potassio, le cellule non potrebbero sopravvivere. La rincorsa continua all’equilibrio osmolitico (stress importante per la cellula) è causato da questi “tsunami” di glucosio e sodio, dovuti all’azione dell’insulina. Inoltre la fuoriuscita del potassio dalla cellula, può indurre un deficit di questo minerale, fondamentale per l’equilibrio osmolare.
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Al contrario, l’utilizzo da parte della cellula di acidi grassi (lipidi), quale carburante per la produzione di energia con i mitocondri, non comporta stress per l’equilibrio osmolitico. Le pompe sodio potassio svolgono un ruolo fondamentale nelle cellule del tipo eccitabili (cellule nervose e muscolari necessarie per modificare la polarità della cellula), ma non dovrebbero essere attivate, salvo rare eccezioni nelle cellule normali. Difatti le cellule “eccitabili” hanno bisogno di produrre dei segnali elettrici e lo fanno modificando la loro polarità interna (utilizzando le pompe sodio potassio).
Non a caso ne hanno una quantità 100 volte superiore sulla loro membrana (consumano il 90% dell’energia prodotta dalle cellule). Le cellule normali invece, hanno pochissime pompe sodio potassio, essendo la loro capacità di reazione 100 volte inferiore alle loro colleghe del tipo eccitabile.
L’utilizzo delle pompe sodio potassio, a parte la loro lentezza di reazione, comporta cambiamenti nella polarità che disturbano il potenziale di riposo della cellula, creandogli un notevole stress ed interferendo con le attività enzimatiche e funzionali della stessa.
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L'insulina ed il colesterolo

Quando ingeriamo dei grassi nell’intestino, tramite i villi intestinali, li scomponiamo in acidi grassi, producendo i chilomicroni, i quali percorrono le vie linfatiche, immettendosi nel flusso sanguigno. Tali lipoproteine rilasciano gli acidi grassi alle cellule, che ne fanno richiesta e solo in ultimo, se la quantità di lipoproteine rimane eccessiva nel sangue, consegnano agli adipociti il grasso in eccesso (presente nel sottocutaneo). Rilasciato il grasso, i chilomicroni svuotati sono riciclati dal fegato.

Un altro dogma della salute pubblica è la quantità di colesterolo nel sangue. Molte ricerche hanno confermato che persone con quantità troppo alte di Ldl (cattive, perché ricche di colesterolo), di solito hanno anche problemi di aterosclerosi e cardio circolatori.
Anche in questo caso, la medicina ufficiale ha fatto le indebite deduzioni: “+ colesterolo + malattie cardiocircolatorie”, quindi “- colesterolo – malattie cardiocircolatorie”.
Infatti il consiglio che viene dato più spesso è di diminuire i cibi ricchi di colesterolo (uova, carne rossa, grassi). Vi ricorderete che il 90% del colesterolo è prodotto dal fegato, il quale in base alla quantità di colesterolo ingerito nel pasto, integra la differenza necessaria al nostro corpo.
Maggiore è la quantità assunta con la dieta e minore sarà quella prodotta dal fegato. E viceversa (questo è il motivo dell’infondatezza nel suggerire di mangiare non più di tre uova la settimana, perché contengono troppo colesterolo).
Ci siamo mai chiesti perchè un corpo così perfetto come il nostro, ad un certo punto incominci a produrre troppo colesterolo?
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Il corpo utilizza il colesterolo per produrre diversi ormoni (oltre alle membrane delle cellule) e quindi una loro sovrapproduzione, può rendere necessario un aumento di colesterolo nel sangue. Uno di questi ormoni è appunto il cortisolo (ormone dello stress, composto interamente da colesterolo).
A questo punto dovremo domandarci:
Perché il nostro fegato incomincia a produrre troppo colesterolo?
Ricorderete che uno degli strumenti dell’insulina, per ridurre il glucosi nel sangue, è la produzione delle Vldl da parte del fegato. Queste lipoproteine, una volta scaricato il carico di acidi grassi agli adipociti si trasformano in Ldl. Inoltre l’insulina induce la produzione di colesterolo da parte del fegato per sopperire alla imminente richiesta di produzione ormonale causata dal calo glicemico.
Infatti il colesterolo è il materiale usato da ghiandole surrenali, per produrre il cortisolo (rialzando il livello di glucosio nel sangue). Tale azione alza momentaneamente la quantità di colesterolo, ma il problema più grave deve ancora venire.
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Che cosa succede quando passate due ore da un pasto a base di carboidrati, ci viene di nuovo fame e facciamo un altro spuntino a base di carboidrati?” (esempio dopo la colazione segue lo spuntino delle 11).
Attiviamo di nuovo l’insulina, che inibisce la produzione di cortisolo e quindi il colesterolo prodotto a tale scopo, rimane nel sangue. Ovviamente di questo non se ne parla. Anzi ci consigliano vivamente di mangiare meno uova.
L’INSULINA ED I TRIGLICERIDI
L’analisi del numero dei trigliceridi nel sangue è un altro parametro della medicina tradizionale per predire chi avrà problemi cardiocircolatori.
I trigliceridi sono tutti uguali e fanno tutti male allo stesso modo? È stato dimostrato che popolazioni come gli esquimesi (che mangiano quantità di grasso quattro volte superiori alle nostre), pur avendo un numero di trigliceridi molto alto, praticamente non soffrono di malattie cardiocircolatorie.
Lo stesso accade per altre popolazioni indigene in diverse parti del mondo. Perché ciò è possibile? Ancora una volta la medicina ufficiale ha applicato deduzioni errate, ovvero “+ grasso + trigliceridi + malattie cardiocircolatorie” e quindi “grasso trigliceridi malattie cardiocircolatorie”. Difatti negli ultimi trenta anni, il mondo ha fatto la guerra ai grassi (diminuendone del 30% l’utilizzo), per promuovere i cibi light e, nonostante ciò, le malattie cardiocircolatorie sono aumentate del 100%, l’obesità del 500% e non per colpa dei grassi, bensì dei carboidrati.
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Vediamo perché
Quando ingeriamo dei grassi nell’intestino, tramite i villi intestinali, li scomponiamo in acidi grassi, producendo i chilomicroni, i quali percorrono le vie linfatiche, immettendosi nel flusso sanguigno. Tali lipoproteine rilasciano gli acidi grassi alle cellule, che ne fanno richiesta e solo in ultimo, se la quantità di lipoproteine rimane eccessiva nel sangue, consegnano agli adipociti il grasso in eccesso (presente nel sottocutaneo). Rilasciato il grasso, i chilomicroni svuotati sono riciclati dal fegato.
Inoltre quest’organo utilizza le parti proteiche dei chilomicroni per produrre le lipoproteine Hdl (quelle buone).Questo perchè, le Hdl hanno il compito di recuperare il colesterolo dalle cellule (e dalle Ldl), e riportarlo nel fegato, per poi essere trasformato in bile. Necessaria a scomporre i grassi nell’intestino.
Un sistema assolutamente perfetto ed equilibrato.
Che cosa succede quando invece mangiamo carboidrati?
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Vi ricorderete che l’insulina ordina al fegato di trasformare il glucosio in trigliceridi, reintroducendoli nel flusso sanguigno sotto forma di lipoproteine Vldl. Tali lipoproteine, una volta distribuiti i trigliceridi alle cellule adipose (quelle sensibili all’insulina), si trasformano il Ldl (considerate cattive) aumentando il numero di quelle circolanti. Inoltre queste lipoproteine hanno un tempo maggiore di permanenza nel sangue, subendo l’ossidazione da parte del glucosio, quindi aumentano il rischio delle malattie aterosclerotiche.
Purtroppo per noi, la nostra evoluzione genetica non ha previsto una sovrapproduzione di Ldl di tale portata, perché il carboidrato era un alimento sconosciuto nella dieta ancestrale.
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L’insulina e i danni collaterali 

Quando ingeriamo carboidrati, l’insulina attiva anche l’aldosterone, che a sua volta ordina ai reni di trattenere il sale. Ciò dipende dal fatto che il sale è fondamentale per costringere tutte le cellule del nostro corpo, tramite l’effetto dell’osmosi (ad esclusione dei neuroni e delle fibrocellule) a prendere il glucosio dalla matrice extracellulare.

Il nostro corpo è un sistema in continuo equilibrio e gli ormoni sono i guardiani di questa pace concordata. Quando la nostra alimentazione causa una produzione eccessiva e non prevista d’insulina, si modificano i meccanismi di autoregolamentazione del nostro metabolismo.
Tale meccanismo nei primi anni di vita (fino ai 30-40 anni) riusciamo a mantenerlo in equilibrio (nonostante una produzione eccessiva di ormoni); però con il passare degli anni, finisce con il deteriorarsi, risultando determinante per lo sviluppo delle malattie degenerative conosciute.
Come influisce l’insulina su alcuni di questi meccanismi?
L’INSULINA E LA PRESSIONE ALTA
Quando una persona incomincia a soffrire di pressione alta, di solito oltre alla somministrazione di medicinali, il medico consiglia di diminuire la quantità del sale da cucina (cloruro di sodio). Infatti se chiedessimo a dei passanti quale alimento andrebbe eliminato per abbassare la pressione del sangue, il 99% degli intervistati vi risponderebbe il sale. Quindi il concetto troppo sale alza la pressione è considerato una certezza.
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Ci siamo mai chiesti se la modesta quantità di sale, generalmente usata per arricchire i nostri piatti, possa essere davvero così determinante nell’alzare la pressione del sangue?
Ci siamo mai chiesti come mai, quando da giovani mangiavamo molto sale, ciò non influenzava la nostro pressione?
Certo la pressione alta deriva anche dall’aumento della ritenzione idrica, dovuta ad una quantità di sale eccessiva nel sangue, ma come al solito, la medicina ufficiale si ferma alla prima equazione “+ sale + pressione” e quindi “sale pressione”. Certo non ci si preoccupa d’indagare il motivo per cui il nostro corpo trattiene il sale. L’evoluzione ci ha messo a disposizione uno strumento fondamentale per mantenere il giusto equilibrio di sale nel nostro corpo, lo stimolo della sete.
Difatti quando mangiamo un alimento salato (ad esempio del prosciutto), subito dopo sentiamo lo stimolo di bere acqua. Ciò avviene perché i reni utilizzano l’acqua per eliminare il sale, formando l’urina (tanta acqua in proporzione al sale). Le domande che ci dovremmo porre sono le seguenti.
Nonostante questo meccanismo perfetto (tranne il caso di patologie specifiche) perché soffriamo di ritenzione idrica e quindi in tarda età, di pressione alta?
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Perché i reni, invece di fare il loro lavoro, decidono di ritenere il sale e quindi anche l’acqua (che segue il sale)?
Le risposte sono molto semplici, scritte su ogni manuale di medicina. L’organismo ha a disposizione un ormone chiamato aldosterone, che modula la capacità dei reni di trattenere o meno il sodio (e di eliminare il potassio). L’ormone è guidato dall’insulina.
L’aumento della pressione (causato dall’aumento del volume di acqua nel sangue) è dovuto all’attività dell’insulina. Certamente il sale ha un ruolo in questo meccanismo, ma se non avessimo mangiato dei carboidrati, i reni potrebbero eliminarlo con le urine. Compreso tale meccanismo, pensate a quant’é ridicolo sentirci consigliare di mangiare pasta e nel contempo, di stare attenti a non salare troppo l’acqua di cottura.
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Il succo di cavoletti e cavolo cappuccino

Le ulcere duodenali hanno risposto in maniera quasi miracolosa al consumo di succo di cavolo cappuccio. L’unico effetto collaterale è la frequente produzione di gas in eccesso. In ogni caso, il succo di carota da solo è stato utilizzato con analogo successo e per molte persone risulta più gradevole.

Il succo di cavoletti di Bruxelles miscelato con quello di carote, fagiolini e lattuga fornisce una combinazione di elementi che aiutano a rafforzare e rigenerare la funzionalità pancreatica e la capacità di produrre insulina all’interno del nostro sistema digerente. Per questa ragione si è dimostrato di estrema utilità in caso di diabete.
I benefici però si manifestano quando vengono eliminati tutti gli amidi e gli zuccheri concentrati e quando le irrigazioni del colon e i clisteri sono utilizzati regolarmente per ripulire l’organismo dalle sostanze di rifiuto.
Le ulcere duodenali hanno risposto in maniera quasi miracolosa al consumo di succo di cavolo cappuccio. L’unico effetto collaterale è la frequente produzione di gas in eccesso. In ogni caso, il succo di carota da solo è stato utilizzato con analogo successo e per molte persone risulta più gradevole.
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Il succo di cavolo cappuccio ha fantastiche proprietà depurative e dimagranti. A volte tende a causare disagio a causa del gas che forma nell’intestino dopo il consumo. Questi gas sono il risultato della disgregazione, a opera proprio del succo, delle sostanze di rifiuto putrefatte presenti nell’intestino e questo causa una reazione chimica che può formare gas.
Si tratta di una condizione naturale – l’acido solfidrico, gas con un odore disgustoso, fuoriesce grazie all’azione degli elementi depurativi presenti nel succo dissolvendo così le sostanze di rifiuto. Clisteri e irrigazioni del colon aiutano a eliminare sia l’eccesso di gas che le sostanze di rifiuto che li causano.
La più importante proprietà del cavolo cappuccio è rappresentata dall’elevato contenuto di zolfo e cloro e della consistente percentuale di iodio. La presenza di zolfo e cloro favorisce la pulizia delle membrana mucosa dello stomaco e del tratto intestinale, ma questo si ottiene solo se il succo viene bevuto crudo e senza l’aggiunta di sale.
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Quando si avvertono gas in eccesso o altri disagi dopo avere bevuto succo crudo di cavolo cappuccio, sia da solo sia in combinazione con altri succhi vegetali, ci potrebbe essere una condizione di elevata intossicazione del tratto intestinale.
In questo caso è consigliabile, prima di usare il succo in quantità elevate, ripulire l’intestino bevendo ogni giorno succo di carota o carote e spinaci per due o tre settimane e provvedere a un clistere quotidianamente rieducando la Microflora con Probiotici umani, Vit D, gruppo B Vit C. È dimostrato che quando l’intestino è in grado di assimilare il succo di cavolo cappuccio, esso funziona come fantastico depurativo soprattutto in caso di eccesso di peso.
Quando al succo di carote crude viene aggiunto succo di cavolo cappuccio crudo, si ottiene una miscela ricca di vitamina C che agisce con effetto depurante migliorando soprattutto le situazioni di infezioni alle gengive che portano a piorrea. Va però ricordato che se sottoposti a bollitura o disidratati da eccessivo calore, gli enzimi, le vitamine, i minerali e i sali vengono distrutti e perdono efficacia.
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54 kg e ½ di cavolo cappuccio cotto o in scatola non sono sufficienti a fornire lo stesso valore alimentare organico che si assimila bevendo 240 ml circa di solo succo crudo se preparato in maniera adeguata. Il succo di cavolo cappuccio è stato utilizzato con grande efficacia anche per alleviare ulcere e costipazione.
Siccome la costipazione è solitamente la causa principale delle eruzioni cutanee, anche queste ultime possono scomparire con un uso giudizioso di questo succo.
L’aggiunta di sale al cavolo cappuccio o al suo succo non solo ne distrugge le proprietà, ma è anche pericolosa.
Dottor Norman W. Walker