L'Arte di Vivere (parte 1°)

«Dipingevo, ma ora non riesco a toccare i pennelli o a guardare le cose che avevo fatto. Negli ultimi sei mesi mi è sembrato di essere morto … L’altro giorno ho raccolto i pennelli e mi sono sembrati estranei.

Il risveglio
Primo stadio: l’inizio del viaggio. (1 di 3 parti)
Ricordi quando in passato avevi il cuore spezzato e ti sembrava che non avresti mai potuto superare il trauma?
Probabilmente ti sembrava che la mente fosse contro di te, visto che non potevi liberarti dal pensiero doloroso della tua immensa infelicità e del fosco futuro che ti attendeva. Forse avevi avuto dei dispiaceri d’amore, un divorzio, un tracollo finanziario, una malattia o un incidente. Eri incapace di vedere il problema in prospettiva, giudicandolo con il senno di poi.
L’esperienza di una crisi ci immobilizza per un lungo periodo.
La mente è concentrata sugli aspetti disastrosi della situazione, e ci è impossibile vivere normalmente; non riusciamo a dormire o a mangiare e non sappiamo se potremo mai superare questo terribile trauma.
Usiamo la mente per concentrarci su ciò che non va, sul dolore che proviamo e sull’assenza di speranza per il futuro. I consigli degli amici e della famiglia ci sembrano sfocati, fuori luogo e solitamente ci provocano rabbia e frustrazione. Non vediamo una via d’uscita alla nostra infelicità.
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È la reazione tipica di tutti noi, che percorriamo il cammino della vita credendo che i segnali esterni costituiscano l’unica realtà. Non possiamo immaginare che il trauma abbia in serbo una lezione preziosa;
rifiutiamo l’ipotesi che un giorno ci troveremo a ricordare l’esperienza come un gradino necessario del nostro sviluppo. Vogliamo semplicemente cullarci nel dolore, credendo che qualcuno o qualcosa al di fuori di noi lo stia creando, e desiderando che sia tale fattore esterno a cambiare.
Riconosco che anch’io sono stato così per una parte della mia vita. Ricordo periodi in cui ero immobilizzato da un dispiacere d’amore o di famiglia, ed ero così triste ed affranto che riuscivo a vivere a stento.
La mente pareva incagliata su quello specifico problema e non riuscivo a stare più di qualche minuto senza pensarci. Mi sentivo posseduto dalla difficoltà, e non capivo perché fosse successo proprio a me, né potevo immaginare che alcunché di positivo potesse scaturire da quelle circostanze.
In quella fase del viaggio di risveglio spirituale siamo tutti posseduti dai nostri traumi. Crediamo veramente che siano gli avvenimenti esterni a renderci infelici, non abbiamo ancora imparato che l’angoscia nella quale siamo perduti deriva dal modo in cui li elaboriamo.
J. Krishnamurti, nei suoi Commentaries on Living (Commenti sul vivere), descrive un uomo che reagisce alla perdita della moglie:
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«Dipingevo, ma ora non riesco a toccare i pennelli o a guardare le cose che avevo fatto. Negli ultimi sei mesi mi è sembrato di essere morto … L’altro giorno ho raccolto i pennelli e mi sono sembrati estranei. Prima non sapevo neppure che tenevo in mano il pennello; ora ha peso, è ingombrante.
Spesso ho camminato fino al fiume, desiderando di non tornare più indietro; poi però non l’ho fatto. Non riuscivo a vedere altre persone, la faccia di lei era sempre presente. Dormo, sogno e mangio con lei, ma so che non può più essere lo stesso ….
Ho cercato di dimenticare, ma qualsiasi cosa faccia, non può più essere lo stesso. Avevo l’abitudine di ascoltare gli uccelli, ora voglio distruggere tutto. Non riesco ad andare avanti così; da allora non ho rivisto nessuno dei miei amici, e senza di lei non significano niente per me. Che cosa devo fare? »
Il vedovo descrive con grande efficacia la mente bloccata nella sofferenza. Abbiamo tutti provato o proveremo in futuro simili emozioni. Non riusciamo a vedere che nel dramma che sta sconvolgendo in quel momento la nostra vita può esserci un frutto positivo.
(Dott. Wayne W.)